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 SCRITTI POLITICI E DI GUERRA 1919-1933
Volume III - 1929-1933
» di Ernst Jünger |
3 giugno 2005 ERNST JÜNGER: PROFETA ED EDUCATORE Recensione di Adriano Segatori (© 2005 dell'Autore):
Non ci sono più dubbi sul fatto che Ernst Jünger sia stato uno dei massimi pensatori del Novecento; pensatore caratterizzato da un eclettismo di interessi e da un'estrema profondità nelle argomentazioni, il tutto rinforzato da un connaturato rigore e da una trascendente prospettiva "stereoscopica" del mondo e della natura.
Come tutti i grandi, però, è incorso - ed incorre tuttora per malafede e per ipocrisia - in due forme di pericolosa interdizione. Da un lato, per l'attacco da parte di detrattori molto spesso all'oscuro della sua opera ed accecati dal pregiudizio viscerale: - questi applicano con pedissequa inflessibilità il consiglio del famigerato Fouquier-Tienville, pubblico accusatore durante il terrore giacobino: "Datemi una qualunque frase di un galantuomo e vi troverò elementi sufficienti per mandarlo al patibolo". Dall'altro, per l'interdizione da parte dei "sacrestani" dell'ortodossia, i cultori degli untuosi santini del maestro, gli applicatori di una svuotata liturgia, che vogliono avere la prerogativa di verità sulla sua parola, e con ciò mummificare il suo pensiero e renderlo inagibile all'attualità. I primi esigono di renderlo intoccabile per scomunica, i secondi per adulatoria sacralità: in entrambi i casi un'operazione incapacitante.
Jünger, invece, deve essere necessariamente riconosciuto come uno degli studiosi più attualizzabili per comprendere l'epoca che viviamo e il futuro che ci viene prospettato, ed anche attentamente studiato per i dispositivi di attivo pessimismo e di lucida consapevolezza che propone ad ogni uomo che vuole dare un significato al suo stare al mondo. Questa mia spregiudicata interpretazione è confermata da Quirino Principe nell'introduzione al primo volume degli Scritti politici e di guerra: "Ernst Jünger è vivo, e molte parti della sua opera cominciano a vivere ora con vigore e dinamica imprevedibile" (1).
E proprio gli Scritti politici e di guerra sono l'opera adeguata di collegamento tra la predisposizione profetica dell'Autore e la sua funzione educativa; un'elaborazione di pensiero che è, contemporaneamente, propedeutica a tutta l'ampia saggistica successiva - per chi ignora i testi jüngeriani e desidera crearsi le basi per affrontarli, e il compendio originario di tutti gli approfondimenti a posteriori - per chi è ha già assorbito il suo complesso intendere.
Essendo obiettivamente impossibile riassumere il pensiero di Jünger - vista l'ampiezza e la specificità delle sue esposizioni - è indispensabile seguire una traccia intuitiva, dalla quale poi si dipartono i dispositivi di interpretazione dell'uomo e del mondo.
Noi viviamo in una continua atmosfera bellica, con conflitti sanguinosi che riempiono le cronache quotidiane di orrori e di sopraffazioni. Jünger aveva previsto tutto ciò nel progressivo dispiegamento tecnologico nei teatri di guerra. Lo aveva previsto e denunciato, rivendicando però una figura del combattente ben diversa da quella prospettata nell'immaginario collettivo: un combattente che delinea una certa visione della battaglia, ed uno stile di battaglia che contemporaneamente dà forma al carattere del combattente. Annota testualmente l'Autore: "La guerra non è affatto un percorso materiale, ed è soggetta a più elevate realtà" (2); da ciò deriva la considerazione che: "La guerra (...) è per noi anche un'esperienza spirituale" (3). Al di là della politica contingente, dell'economia e degli interessi di mercato, la guerra è mossa dagli Dei - direbbe Hillman - un connubio tra Marte e Venere, comunque alla ricerca di un'armonia sovraumana. Risalta in maniera evidente che il teatro di guerra, quindi, altro non è che l'esperienza estrema - in cui implacabile ed ineludibile domina la morte - alla quale l'uomo è sottoposto per esprimere il suo carattere, per diventare ciò che è senza connotazioni né morali né sentimentali. In questo dispositivo si delinea la visione aristocratica della vita e del modo di affrontare gli eventi ad essa connessi; un atteggiamento che non può essere insegnato, nel senso modernista e meccanicista di una omologazione indifferenziata, ma può originare solo dal "carattere [che] è il presupposto di ogni educazione, non il risultato" (4).
Tutta l'opera di Jünger è proiettata - attraverso i criteri di prova e di carattere - alla definizione di forma. A fronte di un'attualità che favorisce il risultato contingente, sganciato da qualunque norma etica per raggiungerlo, l'educatore di Wilflingen puntualizza la necessità del rispetto di uno stile; come "le prestazioni di un guerriero crescono con il valore interiore del suo avversario" (5), così nella quotidianità dell'esistenza comune, ogni per progetto - sia individuale che collettivo, sia ambizioso e difficile, come umile e semplice -, deve funzionare la logica della vocazione al dovere: "Che l'uomo debba reggere il proprio destino è appunto l'essenza di un simile destino; per la coscienza è significativo solo il modo in cui lo regge" (6). Scorciatoie, tiri mancini, giochi sporchi e doppi vengono scomunicati.
Forma e stile che derivano dal carattere, e il carattere è il criterio fondante per delineare l'educazione: tutti questi parametri portano ad un'unica denominazione, il destino. Qui il percorso di Jünger s'interseca con quello del fondatore della psicologia archetipica, James Hillman. Entrambi i pensatori convergono nel paradigma espresso da Eraclito: "Ethos antropos daimon", il Carattere è Destino; non l'insegnamento democratico preposto ad un livellamento omologante verso il basso, ma un'educazione aristocratica che tenda ad elevare verso l'alto ognuno secondo le proprie predisposizioni. E dove per destino non si intende la motivazione autoassolutoria che è caratteristica irresponsabile degli uomini della razza sfuggente - contro il destino non si può fare nulla, ergo io non sono colpevole -, ma, anzi, esso esprime la massima responsabilità di assecondarlo in maniera impeccabile e rigorosa, dando un senso sovrastorico, sovrarazionale e sovrumano a quella opportunità unica ed irripetibile che chiamiamo vita.
E proprio al senso della vita si appella Jünger attraverso le prospettive di destino, di forma e di stile -, ed in questo caso incrocia un altro pensatore di spessore, Jacques Lacan. Per entrambi la vita è un'impresa nella quale ognuno deve impegnare tutte le risorse in suo possesso e deve affrontare tutti i rischi presenti nel suo ignoto perturbante: - perché nulla è trasmissibile con il consiglio, con l'istruzione, con l'addestramento consolidato. E' questo il percorso alla persuasione indicato da Michelstaedter, quell'indicativo caratteriale che distingue gli uomini differenziati e che "non è corsa da "omnibus", non ha segni, indicazioni che si possano comunicare, studiare, ripetere" (7), a differenza della rettorica, che caratterizza gli individui sfibrati, quelli che "sono ancora cosa fra le cose, schiavi del più del meno, del prima del dopo, del se del forse, in balìa dei propri bisogni" (8). Lo affianca Jünger affermando: "Non si deve cercare di avanzare obiezioni con la domanda: "a che scopo tutto ciò?", dal momento che qui si manifesta una grandezza che si innalza ben oltre i confini entro cui si riconoscono gli scopi" (9). Si riaggancia Lacan quando puntualizza la differenza psicoanalitica tra il servo ed il padrone nell'affrontare la vita, ed invita a rinviare al mittente la domanda: "chi te lo fa fare?". È questa la domanda del servo, di colui che necessita di un padrone che gli indichi il bene e il male, il giusto e l'inopportuno, il vero e il falso, l'utile e il dannoso, la convenienza e lo svantaggio. Il padrone fa ciò che è armonico al proprio destino, con il carattere che gli è proprio, in una forma che gli è peculiare, indipendentemente dalla comodità, dal risultato e dalla compiacenza altrui. Il servo ambisce alla felicità informe e deresponsabilizzante, il padrone esige il godimento armonico e cosciente dell'impresavita.
In un'assonanza di intenti e di principi, non si può non concludere con un viatico che Jünger offre a tutti coloro che percepiscono come essenziale la chiamata alle vette più alte della vita, e che si sentono inattuali in una modernità sempre più preoccupata dell'economia e sempre più dissipatrice dello spirito (10). Di fronte ad un'epoca informe dominata dai titani della tecnica e dai funzionari della demagogia, in cui l'alluvione di opinioni copre l'immenso vuoto della fede: "[sia] la potenza dell'atteggiamento interiore a determinare le parole" , quindi il coraggio di fare ciò in cui si crede, rifiutando la viltà giustificatoria di credere in ciò che si fa.
Note: (1) E. JÜNGER, Scritti politici e di guerra, Vol. I, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2003, p. 9.
(2) Ivi, p. 60.
(3) Ivi, p. 60.
(4) E. JÜNGER, Scritti politici e di guerra, Vol. II, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2004, p. 69.
(5) E. JÜNGER, Scritti politici e di guerra, Vol. III, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2005, p. 24.
(6) E. JÜNGER, Scritti politici e di guerra, Vol. II, cit., p. 23.
(7) C. MICHELSTAEDTER, La persuasione e la rettorica, Adelphi, Milano, 1982, p. 104.
(8) Ivi, p. 94.
(9) E. JÜNGER, Scritti politici e di guerra, Vol. I, cit., p. 58.
(10) F. NIETZSCHE, Aurora, Adelphi, Milano, 1980, - 180 -, p. 130: “Per quanto parli di economia, il nostro tempo è un dissipatore: sperpera la cosa più preziosa, lo spirito”.
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 I BUROCRATI DI HITLER
Eichmann, i suoi volenterosi carnefici e la banalità del male
» di Yaacov Lozowick |
8 febbraio 2004 Recensione di Claudio Vercelli *, di prossima pubblicazione su Shalom. Mensile ebraico d'informazione e attualità (© 2004 dell'Autore):
Gli studi in lingua ebraica, ma anche tedesca, sui molteplici aspetti delle persecuzioni razziali e dello sterminio sono oramai innumerevoli e, frequentemente, di elevato spessore. Scritti da studiosi che nutrono - oltre ad una passione inesauribile coniugata al rispetto del metodo - la vocazione all'analisi di ogni elemento di una vicenda che riserva, ancor oggi, inedite prospettive di riflessione, sono però raramente tradotti nella nostra lingua. In Italia, dove il provincialismo la fa da padrone, si è solerti nel recepire e pubblicare autori di ben minore levatura, non di certo affermatisi per il rigore della forma come dei contenuti, ma senz'altro più noti per le loro vocazioni polemiche. Tra i tanti, si ricordi passata, ancora una volta, un assai poco dignitoso, sbracato ed equivoco Norman Finkelstein, tutto proteso ad affermare che la Shoah è stata sì una tragedia ma anche nel senso che i figli e i nipoti delle vittime ci campano a tutt'oggi sopra speculando sugli altrui sensi di colpa. Prontamente distribuito, con il suo pamphlet su quella che per l'appunto ha chiamato con espressione equivoca "L'industria dell'Olocausto", da un big dell'editoria nazionale poco meno di un paio d'anni fa.
Lo Yad Vashem e la vasta congerie di studiosi che gli ruotano attorno, non solo israeliani, funziona nell'oramai non più piccolo universo degli Holocaust Studies come un sole dal quale si irradiano raggi di sapere. Illumina e fa splendere di sapienza un po' tutto il mondo degli studiosi e dei cultori della riflessione sul tema delle deportazioni e dello sterminio. Nato in apparente sordina, negli anni Cinquanta, è oramai divenuto passaggio obbligato, vincolante per chiunque intenda pervenire ad una conoscenza compiuta della Shoah. Della sua corposissima produzione scientifica, assai spesso bilingue, adottando come idioma di corredo l'inglese, ci giunge solamente lontana e incompleta eco.
A parziale ammenda riguardo al caso la Libreria Editrice Goriziana, da tempo impegnata sul fronte della pubblicistica storiografica, offre fresco di stampa il lavoro di Yaacov Lozowick su I burocrati di Hitler. Eichmann, i suoi volenterosi carnefici e la banalità del male (Gorizia 2004, pp. 354, euro 19,00). L'autore, direttore dell'archivio dello Yad Vashem, ha lungamente lavorato sulla storia dello sterminio degli ebrei europei adottando un punto di vista particolare, quello dei carnefici. Da intendersi come mero apparato burocratico, ovvero come insieme di amministrazioni implicate nella realizzazione del programma di assassinio di massa. Al di là ed oltre quella soglia, che dovrebbe essere invalicabile per qualsiasi essere umano, che stabilisce la differenza tra la vita e la morte altrui, vietando la seconda. E che invece la routinizzazione del crimine agevolava oltre misura. Poiché la Shoah fu, nella sua essenzialità, il prodotto di una macchina tanto inesorabile quanto prevedibile, quella dell'amministrazione pubblica tedesca. Oliata alla perfezione, purtroppo. Asettica e neutra tanto nelle finalità che le erano state prescritte quanto nei metodi, solerti, efficienti ed efficaci, con i quali si adoperò per raggiungere l'obiettivo suo proprio.
Sospeso tra il saggio di riflessione storiografica (già dal titolo sono richiamate le due polarità di riferimento, da un lato quel Daniel Goldhagen che ha accusato l'intero popolo tedesco di correità e dall'altro l'Hannah Arendt del reportage sul processo Eichmann), e l'opera che compulsa le carte e compie ricerca fattuale, il libro di Lozowick si segnala per il rigore e la passione. Analizzando il Referat IV B 4, ovvero l'ufficio addetto agli "affari ebraici" nella complessa struttura dell'organizzazione delle SS, l'autore ci offre uno spaccato dei modi, dei tempi e dei criteri attraverso i quali la "soluzione finale" ebbe corso. Confermandoci, ancora una volta, nell'assunto che la realizzazione dello sterminio non fu il prodotto di una deviazione dalla storia ma uno degli esiti di una complessa macchina, burocratica, che aveva fatto proprio l'imperativo della morte. Macchina moderna e inesorabile. Soprattutto quando l'eliminazione di milioni di persone divenne fatto meramente statistico, da trattare a tavolino e da eseguire usando timbri, tamponi d'inchiostro e carta copiativa.
* Di Claudio Vercelli, redattore del mensile » Shalom, si possono leggere altri articoli in rete su » OLOKAUSTOS - Storia dell'Olocausto dal 1933 al 1945; sul sito » Istituto di studi storici Gaetano Salvemini; su » Triangolo Viola - Le "vittime dimenticate" del regime nazista.
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 I BUROCRATI DI HITLER
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27 gennaio 2004 Da: "Liberazione", recensione di Gemma Contin (© 2004 dell'Autore): La burocrazia del male In un libro di Jaacov Lozowick i meccanismi che hanno determinato la Shoah
L'autore è l'erede non rassegnato di Avraham, ebreo polacco sopravvissuto allo sterminio, «che mi ha insegnato a mettere in discussione ciò che tutti riconoscono». Nato a Gerusalemme dove si è laureato all'Università ebraica, è l'attuale direttore dell'Archivio del Centro di ricerca sulla Storia della Shoah. Chiama in causa, per accompagnare il suo ragionamento, la filosofa e scrittrice Hannah Arendt, che venne inviata dal "New Yorker" a Gerusalemme per seguire il processo ad Adolf Eichmann. Arendt, nel suo celeberrimo libro sulla "banalità del male", scriveva: «Non si poteva neppure dire che fosse animato da un folle odio per gli ebrei, da un fanatico antisemitismo, o che un indottrinamento di qualsiasi tipo avesse provocato in lui una deformazione mentale. "Personalmente" egli non aveva mai avuto nulla contro gli ebrei: anzi, aveva sempre avuto molte "ragioni private" per non odiarli... Ahimé, nessuno gli credette... i giudici non gli prestarono fede perché erano... troppo compresi dei principi basilari della loro professione per ammettere che una persona "normale", non svanita né indottrinata né cinica, potesse esser a tal punto incapace di distinguere il bene dal male... Essi partivano dal presupposto che l'imputato, come tutte le persone "normali", avesse invece agito ben sapendo di commettere dei crimini... Eccezion fatta per la sua straordinaria diligenza nel pensare alla propria carriera, egli non aveva motivo per essere crudele, e anche quella diligenza non era, in sé, criminosa... Per dirla in parole povere, egli "non capì mai che cosa stava facendo"...». Lozowick chiama in causa la filosofa ebrea per verificare (e smentire), attraverso una puntigliosa e disperata ricerca sui documenti dello sterminio, se davvero ci fosse, nei carnefici, quell'ottundimento delle coscienze e quel deradicamento della volontà che giustificherebbero le parole terrificanti di Arendt: «non capì mai che cosa stava facendo»; e se siano propri dell'asservimento burocratico al potere (qualsiasi potere, esercitato attraverso la divisione gerarchica dei ruoli, non necessariamente totalitario, come dimostrano i più recenti esperimenti sull'obbedienza) la rinuncia a capire e l'impossibilità del rifiuto, sia nella forma della più esplicita opposizione sia nel meno conflittuale sottrarsi ai suoi diktat e alle sue "procedure". La burocrazia come ottuso "braccio armato" del potere; e i burocrati: «assassini da scrivania»; ma anche, come scriveva Arendt: «avvocati di poco successo»; gente entrata nelle Squadre Speciali perché, come lo stesso Eichmann, non era riuscita a ottenere neppure «un diploma di scuola superiore», o non aveva trovato lavoro negli uffici pubblici, o ancora, «impiegati dello Stato di basso rango che temevano di perdere il posto». Lozowick non è d'accordo e scrive: «Più scavavo, più cresceva la mia scontentezza riguardo alle spiegazioni della Arendt... Capii che si trattava di un gruppo di uomini perfettamente consci delle loro azioni: uomini che possedevano una forte motivazione ideologica, abili e dotati di iniziativa... Odiavano gli ebrei ed erano convinti di doversi disfare di loro per il bene della Germania». Si può concordare quasi su tutto quello che scrive Lozowick, e si può trasporre quel ragionamento ed esasperarlo e tirarlo di qua e di là come un'elastico logoro in tante, troppe, altre occasioni. Si potrebbe affermare, ad esempio, parafrasando ciò che egli scrive: «Odiavano gli iracheni ed erano convinti di doversi disfare di loro per il bene degli Stati Uniti», e si capirebbe benissimo che cosa anima George Walker Bush e i suoi generali alla conquista di Baghdad. Oppure: «Odiavano i palestinesi ed erano convinti di doversi disfare di loro per il bene di Israele», e la cosa coinciderebbe perfettamente con i sentimenti che hanno mosso e muovono Ariel Sharon e con ciò che avvenne vent'anni fa a Sabra e Chatila e, di recente, a Jenin. E via così, lungo tutta l'orrorifica storia di genocidi, eliminazioni di massa e pulizie etniche del Novecento: dal Vietnam al Kossovo; dai gulag di Stalin ai campi di "rieducazione" di Lin Piao; dai desaparecidos cileni e argentini alle carneficine africane. E odii razziali e tribali, religiosi e politici che annientarono armeni e curdi, minoranze musulmane in Croazia e cristiane in Bosnia, e mezzo milione di comunisti indonesiani di cui nessuno si ricorda più. Si può parlare di asservimenti ideologici e assieme di responsabilità individuali per tutti gli orrendi crimini commessi nel ventesimo secolo. Ma non per la Shoah, che sarebbe bene smettere di convertire nel termine assolutorio di "olocausto", ché tale non fu: non ci fu chi si offerse o fu "prescelto" per un sacrificio supremo e salvifico. Lì furono scientificamente annientate otto milioni di "persone": sei milioni di ebrei, un milione di zingari, altrettanti comunisti e semplici cittadini tedeschi ed europei - né ebrei, né zingari, né comunisti - che non furono condiscendenti o rassegnati. Bisognava suscitare consenso alla follia di Hitler, e ciò fu possibile attraverso la "costruzione" di un odio cieco e accecante, e con i mezzi della "banale" obbedienza gerarchica e acquiescenza burocratica al potere, capaci di "normalizzare" la follia devastatrice del nazismo. Meno di tutti lo può dire il direttore dell'Archivio del Centro di ricerca sulla Storia della Shoah, senza cadere nella trappola riduzionista di chi rinfocola attribuzioni ideologiche e al tempo stesso riconduce agli "istinti malvagi innati nell'uomo", e alla dimensione della responsabilità individuale, ciò che ha travalicato qualsiasi istinto umano e persino belluino, e qualsiasi dimensione, che tutto fu, tranne che individuale. La Shoah ci costringe ogni giorno, ogni minuto della nostra vita e della nostra storia a farci carico del rapporto tra potere e violenza, tra potere e burocrazia, tra burocrazia e violenza. E a rifiutare l'ottuso e osceno scambio di questa per quello.
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 SCRITTI POLITICI E DI GUERRA 1919-1933
Volume I
» di Ernst Jünger |
2 novembre 2003 Da: la "Repubblica", recensione di Franco Volpi (© 2003 dell'Autore): Nei duri anni Venti Jünger pensa alla politica
Dopo la pubblicazione delle Tempeste d'acciaio - i diari della Grande Guerra che lo resero celebre - Jünger divenne in Germania una figura simbolo. Fotografando con allarmante precisione la realtà del nuovo conflitto, egli aveva colto molto meglio di tanta letteratura bellica il sentire del soldato consapevole di essere ormai un semplice materiale, eppure attaccato al suo "lavoro", e che, da reduce, continuava ad arrovellarsi circa la sua posizione in quel cosmo messo di colpo a soqquadro.
Nel disorientamento della nazione sconfitta, riviste militari e periodi della destra nazionalista sollecitarono Jünger a intervenire per interpretare quel che era successo e capire quel che si profilava all'orizzonte. Ebbe così origine la copiosa pubblicistica militare e politica del giovane Jünger - ben 144 interventi, brevi saggi, note, commenti - che fu esclusa dall'edizione delle opere complete, e che solo dopo la sua morte (1998) è stata raccolta e ripubblicata (2001). Essa è ora proposta in italiano in tre volumi, di cui il primo comprendente i testi dal 1919 al 1925, è uscito in questi giorni Scritti politici e di guerra (traduzione di Alessandra Iadicicco, prefazione di Quirino Principe, Libreria Editrice Goriziana, pagg. 189, euro 16). Sono documenti da non perdere.
Jünger trasforma in queste pagine l'esperienza maturata in prima linea in un avamposto privilegiato da cui osservare il rapido e radicale cambiamento cui l'intera realtà è sottoposta. C'è anzitutto la tecnica. Tutti abbiamo dimestichezza con la variopinta vegetazione di oggetti e strumenti di cui la tecnica quotidianamente ci circonda. Tutti conosciamo il frastuono del progresso che soverchia l'uomo moderno, e il senso di smarrimento che si avverte la domenica quando la macchina riposa. Ma - ci spiega Jünger - chi ha vissuto in prima persona la guerra motorizzata, chi ha gettato il proprio corpo in "battaglie di materiali", in cui a scontrarsi non sono più eserciti e strategie, ma potenze industriali, si trova nella migliore condizione per capire che cosa rappresentino per l'uomo la Tecnica e il Lavoro, la nuova potenza e la nuova forma cui tutto è sottoposto. C'è l'"esperienza interiore". La guerra non forgia solo il Lavoratore, ma prefigura anche l'Anarca: l'individuo che trae da dentro di sé la linfa spirituale per resistere all'inclemenza dei tempi, il solitario che anche quando marcia tra le file di un esercito combatte solo le sue lotte.
Si apre qui una crepa che fenderà tutto il pensiero jüngeriano: quello tra la Macchina e lo Spirito, il dominio oggettivo e la ribellione interiore, il Lavoratore e l'Anarca. C'è la politica, un incubo plebeo che agita i suoi sogni di aristocratico. Dall'agosto del 1923, dopo il congedo dall'esercito, Jünger è libero di esprimersi e collabora con i periodici di destra. Anziché di tecnica militare tratta ora di argomenti politici. Interpreta la frustrazione dei reduci e, contrapponendoli per lo spirito rivoluzionario alla pigra borghesia, assegna loro una funzione politica: quella di rigenerare il sentimento nazionale che riempia la forma vuota dello Stato.
C'è dunque la contrapposizione frontale ai princìpi democratici di Weimar e una sintonia diffusa con le idee della Rivoluzione conservatrice. Le due sporadiche menzioni di Mussolini e di Hitler, che qui compaiono, sono più che sufficienti per riaccendere le discussioni circa il perché dell'imbarazzante silenzio sceso su questi scritti. Tuttavia esse mostrano anche l'avversione viscerale di Jünger per la deriva populista della politica, che lo terrà a debita distanza dai nazisti.
C'è, infine, la scrittura. Dato il carattere istantaneo e non letterario di questi testi, colpiscono la purezza della frase, la padronanza della lingua, la sovrana compostezza dello stile. Come se la guerra, la tecnica militare, la politica o le cose di cui di volta in volta si tratta, non fossero che il pretesto per altrettanti esercizi di stile, l'occasione per praticare quella intelligenza e quel talento di scrittore che Jünger indubbiamente possedeva. E come l'ascoltare una musica militare ci fa sentire eroici, così leggere la sua scrittura intelligente ci fa sentire intelligenti.
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