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 Dietro le linee di Rommel
L'altra guerra nel deserto delle truppe speciali britanniche
» di John W. Gordon |
Da: CombatWeb » - Recensione di Denis Frati (© 2003 dell'autore)
L'autore, docente di sicurezza nazionale presso la scuola di Stato Maggiore e per comandanti dell'USMC di Quantico, Virginia, analizza la storia, lo sviluppo e l'impiego delle forze speciali britanniche nella guerra in Nord Africa. Queste nacquero dall'iniziativa di alcuni ufficiali britannici, che nell'Egitto post Grande Guerra cominciarono ad addentrarsi per svago tra le dune del deserto. In termini operativi gli input arrivarono dall'attività di contrasto dei britannici in Iraq nei confronti di alcune tribù ribelli e dall'analisi di similari esperienze condotte dalle forza armate di altri paesi, italiani e francesi in primis.
Tuttavia quelle che sarebbero diventate le forze speciali più note al mondo furono fortemente contrastate, gli ufficiali britannici di formazione classica faticavano a comprenderne le possibilità ed i limiti di utilizzo, incomprensioni che durante il secondo conflitto portarono più volte ad errori di gestione ed impiego, talvolta tragici. Terminata la campagna del Nord Africa, molti di coloro che avevano avversato le Forze Speciali tentarono di mettere termine alle loro esperienze, togliendogli uomini e risorse, giungendo per incompetenza ad impiegarle, con esiti nefasti, in compiti che contrastavano notevolmente con la loro filosofia di utilizzo, errori che purtroppo ne avrebbero messo in ombra i meriti.
Con scarsa lungimiranza, a fine conflitto, i reparti vennero sciolti, gli ufficiali di carriera destinati ad altri incarichi, quelli arruolati per il conflitto, come il creatore dei SAS maggiore David Stirling, vennero dimessi. Il bagaglio di esperienze, competenze e professionalità venne disperso, salvo trovarsi un decennio dopo, con la crisi malese, a doverli ricreare da zero.
Pur trattandosi di un saggio storico che copre circa vent'anni di sperimentazione e utilizzo, la lettura si rivela sempre scorrevole e coinvolgente. L'autore si dimostra particolarmente obiettivo ammettendo i malfunzionamenti e le storture nella gestione britannica delle Forze Speciali (...l' "Osservatorio stradale" proseguì, ma, come sottolineò il generale di brigata Davy, "le sue possibilità di riuscita erano diminuite vertiginosamente a causa dell'attività di incursione dell'altra forza speciale, il SAS" ) e rendendo giustizia alle capacità italiane (...erano rimasti affascinati [i britannici] da quel che avevano potuto vedere dei veicoli, dell'equipaggiamento e delle tecniche a disposizione del Raggruppamento Sahariano. Furono soprattutto impressionati dalla qualità e dalle conoscenze dei loro ufficiali. Questi fieri soldati coloniali sembravano non corrispondere affatto agli stereotipi nati dopo la sconfitta subita a Caporetto ed in altre battaglie della Prima G.M...) e tedesche.
Il libro dimostra come la filosofia d'utilizzo delle forze speciali impiegate nel deserto sessant'anni fa sia ancora attuale, insegnamento che se gli operatori di Bravo Two Zero avessero rammentato non avrebbero mai portato alla realizzazione di una pattuglia appiedata. Un gran bel libro, buona lettura.
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 LA PORTA DI SION
Trieste, Ebrei e dintorni
Itinerario semiserio in forma di spettacolo
della presenza ebraica in città » di Moni Ovadia |
28 ottobre 1999 Da: "L'ESPRESSO", rubrica: "Freschi di stampa", a cura di Mario Fortunato
"Itinerario semiserio", definisce Ovadia questo testo che è, in parte, la trascrizione di un passato spettacolo, pieno di humour e malinconia. Parole e immagini ci introducono così a un viaggio nel cuore ebraico di trieste, centro della Mitteleuropa. A chiudere il volume, una serie di interviste con personaggi che, nella storia della città e della sua oltranza culturale, sono altrettante figure esemplari. |
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 STORIE BALCANICHE
Popoli e stati nella transizione alla modernità
» di Marco Dogo |
ottobre 1999 Da: "L'INDICE DEI LIBRI DEL MESE"; intervista a Marco Dogo di Guido Franzetti
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Perché fin dal 1991 la Serbia si è ritrovata sempre più isolata a livello internazionale?
"Nel 1996, parlando a Belgrado all'Accademia delle scienze serba, avevo detto con riferimento alla guerra in Bosnia: 'Dalla comunicazione difficile, qui, si è passati alla rinuncia totale a comunicare. Forse si è pensato che la forza dei fatti fosse in sé un argomento, che dovessero essere i fatti a tradurre all'esterno la propria certezza di verità. Non si è neppure tentato di dare una giustificazione di principio alla progressiva, apparentemente inarrestabile, conquista territoriale. Il clamore, e il successo, delle armi ha soverchiato ogni buona — buona nel senso di comunicabile — ragione iniziale'. Aggiungevo poi: 'I serbi e la Serbia stanno attraversando una con una congiuntura tremenda, in cui è probabilmente difficile essere illuminati e generosi.
L'importante è che non interrompano nuovamante le comunicazioni, ripiegando sul vittimismo o su miti di vittoria tradita. Un importante aspetto della ricostruzione nazionale dovrebbe essere, a mio parere, la critica e lo smontaggio del complesso di accerchiamento, che non corrisponde né alla realtà dell'esperienza storica serba, né allo stato di cose attuale. E se per ipotesi una teoria di complotto potesse davvero dare un senso unitario agli avvenimenti di questi anni, sviluppare un complesso psico-nazionale da un complotto reale non è un modo di uscirne, ma piuttosto di soggiacervi'. Concludevo con una frase che può essere sembrata strana: 'La Serbia e i serbi hanno in Europa più amici di quanto credono di avere'. La Nato è adesso riuscita a rendere meno inverosimile questa affermazione".
Perché non è stato sinora possibile effettuare una spartizione del territorio del Kosovo?
"Nel corso dell'ultimo decennio è riaffiorata la prospettiva della spartizione in alcuni ambienti intellettuali serbi che considerano il Kosovo un buco nero che consuma le risorse morali e materiali del paese, piuttosto che come una provincia vitale per la sopravvivenza dello Stato. Questa idea è riaffiorata anche a livello politico in Serbia. Che proposte esplicite non siano state avanzate, e che l'idea stessa di spartizione sia stata rifiutata dai dirigenti albanesi kosovari, è del tutto comprensibile, come una prudente riserva in una prospettiva negoziale. Nessuno va a un negoziato dichiarando già quel che è disposto a concedere. Il fatto è che un negoziato non si è mai avviato. Forse la cosiddetta 'comumità internazionale' avrebbe potuto utilmente offrire incentivi per un simile negoziato, ma non l'ha fatto. È stata inibita a farlo da scrupoli etici, ovviamente più forti nelle sue componenti culturali 'di sinistra' che non in quelle 'di destra'. Ovvero, non incoraggiare la formazione o il rafforzamento di statualità etniche, che sono estranee — almeno così si pretende — alla nostra sensibilità di europei che esprimono la loro lealtà a istituzioni astratte, piuttosto che a collettività etno-nazionali. La capacità di intervento in questa direzione è stata anche inibita da scrupoli diplomatico-legalitari, ovvero dall'idea che le frontiere degli Stati non si possono toccare. Gli sviluppi di questa posizione sono alquanto paradossali: gli Stati devono essere rispettati nella loro sovranità territoriale, ma si possono bombardare. Io mi chiedo allora se il pragmatismo del pensiero diplomatico non potrebbe esercitarsi in direzioni più creative, riprendendo ad esempio l'idea di una spartizione come minore dei mali, le cui conseguenze per la popolazione possono essere largamente compensate da strutture di assistenza e di aiuti. Tutto questo, peraltro, sembra una prospettiva ormai superata dagli eventi, perché la gestione della ricostruzione nel Kosovo sarà affidata più a strutture di comando militare che non alla capacità di iniziativa della popolazione stessa, per quanto assistita da aiuti intemazionali". |
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 IL DILEMMA TRIESTE
Guerra e dopoguerra in uno scenario europeo
» di Giampaolo Valdevit. |
ottobre 1999 Da: "L'INDICE DEI LIBRI DEL MESE"; recensione di Enzo Collotti
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Lungi dal considerare Trieste ombelico del mondo (come fu deplorevole vezzo di pubblicisti più che di storici provinciali in passato), Valdevit assume la centralità di Trieste per fare capire l'incrocio di interessi e di influenze che sulla città adriatica conversero o che da essa si divaricarono. Molti aspetti delle vicende che nell'immediato dopoguerra triestino furono lette con un'ottica strettamente locale o fuori dai grandi temi che dominavano la dialettica tra le potenze della coalizione antifascista e antinazista, acquistano in una dimensione di più lungo periodo connotati e qualità nuovi: ecco allora il tema del "difficile cammino verso la democrazia" diventare "il carattere di fondo del dopoguerra triestino". Ecco allora l'interpretazione del tentativo di internazionalizzare Trieste (con il cosiddetto Territorio libero) come parte della politica di sicurezza statunitense per sottrarre l'area allo scontro degli opposti nazionalismi. Ecco infine, per fare un altro esempio, che la controversia per Trieste, almeno dalla metà del 1946, non va vista solo in funzione dell'espansione e del consolidamento della Jugoslavia di Tito, ma come momento "dell'antagonismo fra Est e Ovest", in un contesto sicuramente più ampio e al tempo stesso dominato da preoccupazioni geopolitiche assai più che da pregiudiziali ideologiche. Uno spunto che ci pare un leitmotiv dei saggi qui raccolti da Valdevit, che incrocia approccio storico e categorie concettuali e interpretative proprie dello studio delle relazioni internazionali. [...] |
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