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 Isonzo
Il massacro dimenticato della Grande Guerra
» di John R. Schindler |
29 luglio 2002 Da: "IL CORRIERE DELLA SERA", recensione di Sergio Romano
A giudicare da una certa storiografia italiana l'unico evento militare della Grande Guerra che ancora meriti di essere ricordato, è Caporetto. I grandi protagonisti del conflitto (Badoglio, Cadorna, Diaz, il duca d'Aosta, Capello, Caviglia) sono scomparsi da molti anni. I «cavalieri di Vittorio Veneto» e i «ragazzi del '99» ci hanno lasciato silenziosamente, uno dopo l'altro. I piccoli monumenti «ai caduti», costruiti nelle piazze di tutti i paesi italiani, hanno smesso di parlare alla gente. Ma sopravvive tenacemente negli studi storici e politici il ricordo della disfatta.
Strappato al contesto della guerra e proiettato continuamente, con una specie di compiacimento masochista, sul grande schermo della coscienza nazionale, Caporetto è diventato simbolo di tutti i vizi italiani, metafora di tutti i disastri nazionali e chiave di volta della storiografia antirisorgimentale. Mentre una generazione fu educata nel ricordo della Vittoria, quelle del secondo dopoguerra sono state allevate nel ricordo della sconfitta. Quanti italiani sanno che la grande offensiva sferrata dalle armate austriache e tedesche il 24 ottobre 1917, alle 2 dopo la mezzanotte, dette il via alla dodicesima battaglia dell'Isonzo? Quanti sanno che le undici battaglie precedenti furono tra le più dure, sanguinose ed eroiche della Grande Guerra? Quanti ricordano il nome dei monti e dei paesi che i due eserciti conquistarono, perdettero e riconquistarono tra il giugno del 1915 e il novembre del 1918? Agli italiani smemorati lo ricorda un giovane storico americano, John R. Schindler, autore di un libro (Isonzo, il massacro dimenticato della Grande Guerra), tradotto ora in italiano da Alessandra Di Poi per la Libreria Editrice Goriziana. L'autore è uno storico militare, nello stile e nella tradizione dei migliori studiosi anglo-americani. Le sue considerazioni sulle vicende politiche che precedettero e seguirono la Grande Guerra, in Italia e in Austria, sono il risultato di ricerche serie e diligenti, ma non aggiungono molto a ciò che sapevamo e sono talvolta di seconda mano.
Nella descrizione delle battaglie, invece, Schindler è preciso, vivace, straordinariamente capace di creare suspense e attesa anche quando racconta vicende di cui conosciamo perfettamente l'epilogo. Il suo campo di battaglia è un grande teatro, animato da personaggi e comparse per cui il lettore prova attrazione o ripulsa. Sul proscenio, naturalmente, campeggiano i maggiori comandanti italiani, austriaci e tedeschi, da Cadorna a Boroevic, da Badoglio a Krauss. Ma sul fondo della scena vi sono attori «minori», colti nel momento in cui la loro vita attraversa l'Isonzo o il Carso. Sono il caporale dei bersaglieri Benito Mussolini, amato dagli ufficiali e detestato dai soldati; il tenente Renato Serra, ucciso mentre precede i suoi uomini all'attacco di una posizione nemica; il ventisettenne Scipio Slataper, caduto sulle pendici del Podgora; il capitano americano Fiorello La Guardia, figlio di una ebrea triestina e desideroso di liberare l'«Italia irredenta»: il giovane filosofo Ludwig Wittgenstein, impegnato in combattimento contro un corpo inglese sulla linea del Piave; il tenente Erwin Rommel sulla vetta del Matajur, strappata agli italiani dopo cinquantadue ore di ininterrotta avanzata.
Non è tutto. Schindler non si limita a descrivere i disegni strategici e i movimenti delle truppe, le grandi intuizioni e i calcoli sbagliati.
Nelle battaglie dell’Isonzo e del Piave vi sono, accanto ai piani dello stato maggiore, gli umori e gli animi dei combattenti. Anche se trattati spesso dai loro comandanti con spietata durezza, i soldati hanno forti passioni, odi tenaci e, nei momenti di maggiore entusiasmo, una divorante volontà di vittoria. Per gli italiani l'austriaco è il «nemico ereditario». Per i soldati imperiali, soprattutto austriaci, croati e sloveni, gli italiani sono traditori, felloni, miscredenti. Ecco le parole con cui il tenente generale Alfred Krauss, comandante del I Corpo austriaco, parla alle sue truppe nelle ore che precedono l'inizio della battaglia di Caporetto: «Ricordatevi di questo motto: "Niente quiete né riposo fino alla disfatta degli italiani". Andate con Dio!».
Inserita nel contesto delle grandi battaglie che furono combattute sull’Isonzo, Caporetto diventa un avvenimento più complesso di quanto non risulti dalla storiografia antirisorgimentale. Gli austro-tedeschi ripresero tutti i luoghi che avevano perduto negli anni precedenti (Gorizia, Plava, Monte Santo, il San Michele, il Sabotino, Podgora, Oslavia) e dettero all'Italia un colpo che parve, a tutta prima, mortale: 300.000 prigionieri, 400.000 disertori, 50.000 morti. Ma furono fermati sul Piave e non poterono sfruttare il successo. Nei mesi seguenti la situazione si rovesciò. Mentre Diaz, nuovo comandante supremo, creava con l'aiuto di Badoglio un nuovo esercito e aveva alle spalle un Paese desideroso di riscattare la sconfitta, l'Austria era ormai allo stremo delle sue forze.
Vi fu ancora una offensiva nel giugno 1918, quando l'imperatore Carlo cedette alle pressioni dello stato maggiore germanico e lanciò nuovamente le sue truppe contro il Piave. Ma fallì ed ebbe conseguenze disastrose sul morale e sull'unità dell'impero. Già all'inizio dell'anno vi erano stati scioperi e ammutinamenti a cui il governo aveva cercato di far fronte con una campagna di «istruzione patriottica» . Più tardi, dopo il fallimento dell’offensiva di giugno, la crisi economica divenne sempre più grave.
L'esercito, in particolare, mancava di tutto: cibo, armi, vestiario, assistenza sanitaria. Prevaleva ancora nei reggimenti, nonostante la straordinaria frammentazione etnica dell'impero, un forte sentimento di lealtà dinastica. Ma negli ultimi giorni di ottobre, mentre Diaz finalmente passava all'attacco, la grande macchina militare austro-ungarica cominciò a sgretolarsi. Alcune formazioni ungheresi abbandonarono il fronte e cominciarono un lungo viaggio di ritorno attraverso le Alpi. Alcuni generali cominciarono a chiedersi se il problema più grave, a quel punto, non fosse la restaurazione dell'ordine in patria contro i movimenti nazionali e rivoluzionari che stavano ormai agitando l'impero.
Quando fu firmato l'armistizio di Villa Giusti l'Austria-Ungheria era morta. Sopravvisse tuttavia, per una crudele ironia della storia, nei campi di concentramento. Dei 360.000 soldati catturati dalle truppe italiane 108.000 erano tedeschi, 83.000 cechi e slovacchi, 61.000 slavi del sud, 40.000 polacchi, 32.000 ucraini, 25.000 romeni «e persino 7.000 italiani in uniforme austriaca». Schindler non nasconde una certa simpatia per l'impero sconfitto, ma rende a tutti, con l'equilibrio e il distacco dello storico, l'onore delle armi. |
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 Guerra senza limiti
» di Qiao Liang e Wang Xiangsui |
Recensione di Giuseppe Genna (da Carmilla on line »)
Il libro in questione è uscito nel 2001 e sembrerebbe strano parlarne adesso. E' che, in realtà, pur uscito due anni fa, il manuale geopolitico steso dai colonnelli cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui risale al 1996. E ancora se ne parla. Perché? Perché è il testo in cui si rivela la piena potenza del concetto politico più à la page degli ultimi vent'anni: l'idea di "guerra asimmetrica". Però, forse, vale la pena di ragionarci non soltanto in termini geopolitici. C'è un arco voltaico che scatta, sempre e meccanicamente, tra retorica del Potere e retorica letteraria. Guerra senza limiti comprova l'effettività questo legame che, tra l'altro, non è per niente inindagato (anzi...) né costituisce una tesi personale. E' possibile che questo testo, che ha fatto tremare le sezioni continentali della Cia negli ultimi anni, sia un manuale di geopolitica e un manuale di letteratura?
Secondo la profezia, alla fine del tempo tutto compenetra tutto. Siamo alla fine del tempo poiché, in effetti, la fine del tempo è sempre e la mente riesce a fermare il flusso (non ci riesce stabilmente, ma sa come interromperlo). E' possibile dunque interpretare il nostro presente con le categorie dell'apocalisse? E, se lo si fa, in che modo e con quali risultati? Vorrei provare a mettere a fuoco quest'occasione che sempiternamente si presenta agli scrittori, agli artisti, agli intellettuali; non ai critici, purtroppo per loro, il che li relega, secondo la prospettiva che vorrei indicare, in un ruolo di secondo piano – tenendo presente che il secondo piano non è neanche lo sfondo.
Per quanto l'avvio possa sembrare abborracciato, esso nasce da una lunga frequentazione con àmbiti extraletterari, che ho notato avere un effetto bizzarro su colleghi scrittori e su intellettuali ormai reclusi in minimi steccati: tutti arricciano il naso. La riflessione sulla cultura apocalittica del presente (che è riflessione sull'apocalisse della cultura presente) nasce da una lettura folgorante, perlomeno esotica, del tutto eversiva rispetto al panorama in cui si muove la nostra intelligenza nazionale. Il libro in questione è Guerra senza limiti – L'arte della guerra asimmetrica fra terrorimo e globalizzazione, edito da Goriziana, a cura del generale Fabio Mini. Lo hanno scritto due militari cinesi (l'esotismo finisce qui), Qiao Liang e Wang Xiangsui. Non sono alti gradi dell'esercito di Pechino, e tuttavia la storia quasi evangelica della traduzione di questo testo dà conto di come questi due grassocci e azzimati membri dell'esercito abbiano letteralmente terrorizzato gli Stati Uniti: quattro versioni del libro, di cui due interne (una d'ambasciata, l'altra della Cia) hanno alimentato una leggenda che rientra nei canoni poetici dell'occidente e che afferisce al paradigma del manoscritto disperso. I due laicissimi taoisti di regime hanno messo in nero su bianco le loro formidabili riflessioni nel lontano 1996: cinque anni, oggidì, sembrano equivalere a un'era geologica – e non soltanto grazie ai ritmi dell'economia globale. Ebbene, nel 1996 gli impronunciabili autori vergavano una sorta di profezia, che serviva loro a modello di spiegazione della teoria, ormai acclarata, della guerra non convenzionale. Nulla meglio di quest'affermazione autografa spiega che cosa sia il concetto di guerra non convenzionale: "Siamo persuasi che alcune persone si sveglieranno di buon'ora scoprendo con stupore che diverse cose apparentemente innocue e comuni hanno iniziato ad assumere caratteristiche offensive e letali". Non interessa qui discutere di che cosa sia la guerra senza limiti, bensì che cosa comporti. Chi voglia conoscere l'effettività delle profezie multistrategiche e geopolitiche dei colonnelli cinesi può acquistare e leggere il libro, sorprendendosi dell'acutezza delle analisi e della forza penetrante delle visioni, culminanti in un passo decisamente inquietante: "Con il nuovo secolo i soldati devono chiedersi: che cosa siamo? Se Bin Laden e Soros sono soldati, allora chi non lo è? Se Powell, Schwarzkopf, Dayan sono politici, allora chi è un politico? Questo è il quesito fondamentale del globalismo e della guerra nell'era della globalizzazione". Una chicca? A pagina 126, tenendo presente che gli autori scrivono nel '96: "Che si tratti dell'intrusione degli hackers, di una grave esplosione al World Trade Center o di un attentato dinamitardo di Bin Laden, tutti questi eventi eccedono di gran lunga le bande di frequenza comprese dall'esercito statunitense". Se si rammenta l'hackeraggio temporaneo dell'aeroporto Kennedy l'11 settembre, la profezia sembra essersi realizzata con scientifica precisione.
E tuttavia non è con uno sguardo simile che vorrei rileggere il manuale ultrapolitico di Liang e Xiangsui. Al contrario, desidero mettere in rilievo come due colonnelli cinesi, discettando di guerra non convenzionale, arrivano a delineare nitidamente i tratti di un nuovo umanesimo. Mentre scrivono di guerra, formulano straordinarie ipotesi letterarie. La constatazione è ovvia: perfino Debord aveva utilizzato Von Clausewitz ai fini di una critica che risultava indifferentemente estetica e politica. Se la guerra è la continuazione della politica, la politica è l'anticipazione della guerra. Poiché esistono strategie e politiche letterarie, incominciamo a intuire la pesantezza di alcune scelte che, con la guerra, sembrerebbero non avere nulla a che fare. Invece, hanno a che fare eccome: ci muoviamo – sembrano suggerire i colonnelli cinesi – in un campo di battaglia molto vasto e atmosferico, che include la creazione artistica tanto quanto la lotta tra generazioni. Non soltanto i due kapo di Pechino sottotitolano inerendo all'"arte della guerra asimmetrica", ma si rifanno allo stupore, alla sorpresa, al risveglio del mondo dal sogno della sicurezza. Conosciamo da tempo gli effetti meno borghesemente rassicuranti della letteratura: sono i medesimi evocati dai colonnelli cinesi. E' paradossale, ma non inatteso, che si rovesci lo stile della guerra in stile letterario: era già accaduto l'opposto, in passato, e tra realtà e finzione avevamo assistito a un'osmosi pressoché identica. Non è tanto impressionante il fatto che nelle prime due pagine del loro libro gli autori citino Byron, Spengler e Heidegger; è piuttosto impressionante che non lo facciano da tempo, con tanta veridicità, gli scrittori e gli intellettuali. Un inveramento sospetto della cultura viene effettuato dalla geopolitica e dalle discipline che concernono l'intelligence. Potevamo aspettarcelo? Sì: basterebbe attutire il proprio olfatto e non percepire puzza intorno alle scelte di massa, per rendersi conto che la letteratura ad ampio target (un termine mutuato dal gergo bellico) ruota da tempo intorno alla suspence, all'intelligence, alla spy story, alla scoperta tecnologica aggressiva. Simili allegorie sono tanto istruttive quanto pericolose, e in modi tutt'altro che allegorici.
Siamo purtroppo immunizzati da tempo al rumore di fondo sollevato dai media e, più in generale dal mondo. C'è una risposta a questo rumore che gli scrittori e gli intellettuali italiani tardano a formulare: bisogna riconoscere che questo rumore ha dei ritmi e una retorica che non nascono dal nulla – sono ritmi e retorica mutuati dalla letteratura. Il passo successivo è già una categoria dell'apocalisse: se ritmi e retorica costituiscono la membrana osmotica tra letteratura e mondo (il che significa anche geopolitica e intelligence, non soltanto televisione e pubblicità), allora diviene possibile praticare un autentico assalto al mondo facendo perno sulla letteratura. E' abbastanza curioso che David Foster Wallace, in quel capolavoro che è Infinite Jest, accenni all'elezione di George Bush III prima ancora che George Bush Jr. venisse eletto: curioso, certo, ma anche esemplificativo di quanto l'arte è in grado di intervenire concretamente nel discorso monologico del mondo.
A conferma di questa lettura obliqua del libro di Liang e Xiangsui, vorrei convocare gli autori stessi. Essi infatti evocano differenti opzioni di grammatica dell'arte della guerra asimmetrica. Danno per dimostrato il deficit di gap: più ristretto è il gap tecnologico dei contendenti, più clamoroso sarà il successo del contendente più tecnologizzato; se il gap è ampio, invece, si rischia la patta. I conflitti in Vietnam, ma soprattutto l'incredibile strascico decennale della guerra all'Iraq depongono a favore dell'ipotesi. Lo sanno bene i medi giocatori di scacchi: se l'avversario non sa giocare, salta la grammatica, diventa più difficile vincere in poche mosse. A quale arma supplettiva ricorrono le realtà meno attrezzate a un conflitto? La risposta dei colonnelli cinesi è: la combinatoria. Chi è sfavorito, chi non dispone di grandi mezzi, chi si sente aggredito dal più forte rimedia con quella che Baudelaire (sulla scorta di Aristotele) avrebbe chiamato fantasia: un'arte combinatoria che affida ai legami proiettivi da istituirsi la vocazione alla creatività che sfugge a ogni tecnologia. Gli elementi sono dati, l'intuizione non ha prezzo: letteralmente l'intuizione non ha mercato. La cinematografia americana soccorre in questo punto. Basterà ricordare l'incredibile parabola a cui è sottoposto il Robert Redford de I tre giorni del Condor: lavora per un ufficio coperto della Cia, scrutando libri per estrarre idee e segreti dell'intelligence e viene catapultato in una vicenda romanzesca che lo costringe a simulare il comportamento di un agente segreto. Questo rovesciamento conforta: la tradizione italiana è maestra della combinatoria, così come dell'emblematica – ed è un insospettabile straniero a insegnarcelo, il Walter Benjamin del Dramma barocco tedesco. Emblematica e combinatoria divengono chiavi di interpretazione della guerra di nuova specie, così come divengono prospettive fondanti della letteratura di nuova specie. Una delle conferme più virtuose per la letteratura non pertiene a ciò che finora abbiamo considerato letteratura. Se un colonnello cinese mi venisse a domandare chi è il massimo scrittore italiano, gli risponderei che è Gilberto Squizzato. La problematicità implicita nella risposta consiste nel fatto che Gilberto Squizzato è un regista, non uno scrittore. Autore del recente e seguitissimo miniserial Il tunnel, trasmesso da RaiTre e incensato addirittura da Godard, Squizzato è autore dei dialoghi più vertiginosi che l'Italia abbia prodotto dai tempi di Pasolini; è creatore di storie sacre ricche di una metafisica orizzontale, artificiale, intensamente meditatrice sull'assenza di realtà nel contemporaneo; è imbastitore di allegorie che ricordano la tradizione più gloriosamente barocca passata attraverso le fauci di William Vollmann; è un eversivo terrorista che tritura il meccanismo di rappresentazione televisiva, facendo fuoriuscire la tv dalla tv, esattamente come la letteratura è uscita dalla letteratura e la guerra dalla guerra.
Per ora è molto agevole mettere il silenziatore a gente come Squizzato, così come è assai semplice per Bush Jr. occupare l'Afghanistan; il problema, tuttavia, è che Bush Jr non si rende conto che la Jihad non è questione di Stati, bensì d'interstizi, di atmosfere, di potenze in crogiolo. Incatenare la volontà di un terrorista non è semplice quanto incatenarne i polsi. Il monito dei colonnelli cinesi all'Occidente coincide perfettamente col monito che lancio io agli intellettuali del mio Paese.
Sembra un racconto minore di Kafka o una tautologia di Walser: due colonnelli cinesi ribaltano l'occidente. Invece è vero: è uno dei segnali che il rivolgimento in atto deriva molta parte della sua natura da un'esplosione estetica. "I confini tra soldati e non soldati sono ora abbattuti": è una premessa spaventosa e necessaria, che suona quale campana a morto per una comunità intellettuale sorda alla vita, insensibile alla creatività e, ciò che più conta, alla creazione. A questa comunità intellettuale, che crede che la lingua sia stile, che la struttura sia bisturizzabile, che il ritmo non esista se non in quanto prosodia, che il mondo sta tutto dentro la letteratura e la letteratura non sta nel mondo, è possibile consigliare la fondazione del nuovo umanesimo (che coincide, una volta ancora, con l'antico umanesimo) insegnato da due colonnelli cinesi che sembrano usciti da un racconto di Cortázar.
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