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WAGRAM
L'ULTIMA VITTORIA DI NAPOLEONE


di GUNTHER E. ROTHENBERG

Collana: "LEGuerre", n° 38
Brossura, pagine: 283
Prima edizione "LEGuerre", marzo 2007
ISBN: 978-88-6102-011-5
prezzo: Euro 26,00 i.i.

Note:
TRADUZIONE di MAURO PASCOLAT SERVIZI DI EDITING TRADUZIONE CONSULENZA editoriale

Redazione storico-militare di ANTONIO GREMESE

Con 6 mappe (battaglie di Aspern-Essling e Wagram) f.t.

Apparato iconografico originale (XXXII pp. f.t., 24 ill. a colori)
di ILARIO BAILOT.

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 · note di copertina · 
"Il fuoco è tutto; il resto non ha importanza”, affermò Napoleone alla vigilia della battaglia di Wagram. Di fatto, il cruento scontro che il 5 e 6 luglio 1809 oppose su un fronte di 22 chilometri gli eserciti francese ed austriaco (una forza complessiva di 300.000 uomini), fu il più imponente combattimento delle guerre napoleoniche, un fatto d’armi che da ambo le parti vide un impiego del fuoco d’artiglieria senza precedenti. La campagna danubiana del 1809, risultato della rinnovata aggressività bellica dell’Austria dopo le ripetute sconfitte culminate nella rotta di Austerlitz del 1805 e le conseguenti perdite territoriali a vantaggio dei francesi, si caratterizzò per l’alternarsi delle fortune dei contendenti. In una prima fase, dopo l’occupazione di Vienna, Bonaparte cercò con risolutezza l’annientamento dell’Armata principale dell’arciduca Carlo, finendo però col subire un scacco ad Aspern-Essling nel mese di maggio: gli austriaci avevano fatto propria la tattica dei sistemi di corpi d’armata ideata da Napoleone, sicché per l’imperatore diventava arduo assestare il colpo definitivo al nemico. Tale stato di cose condusse allo scontro d’attrito dei due giorni di Wagram, che segnò una svolta fondamentale nella conduzione della guerra in generale, preannunciandone i suoi sviluppi moderni, in particolare – evidenzia Rothenberg – la Guerra civile americana.
Tuttavia Wagram consegnò la vittoria finale a Napoleone, la sua ultima vittoria decisiva, in quanto, a giudizio dell’Autore, l’imperatore, diversamente dal suo avversario – al quale, con le parole di von Clausewitz, mancava oltre tutto “la fame di vittoria” –, seppe coniugare abilmente i minuziosi preparativi con la superba conduzione dei suoi corpi d’armata sul campo, poté contare su uno stato maggiore d’eccellenza, sulla devozione incondizionata delle truppe e sull’assoluto controllo militare e politico della operazioni belliche, laddove il Generalissimus austriaco ebbe ad affrontare le ingerenze del fratello, imperatore Francesco, gli ostacoli di un apparato militare che non fu mai efficacemente riformato e fu incapace di mettere a frutto le settimane precedenti la battaglia. Il presente volume è corredato da mappe con le disposizioni e i movimenti delle forze in campo e la collocazione delle opere offensive e difensive negli scontri di Aspern-Essling e Wagram, i relativi ordini di battaglia degli eserciti francese ed austriaco, nonché da un apparato iconografico originale di Ilario Bailot.


INDICE DEI CAPITOLI:

I. La guerra del 1809
II. Gli eserciti contendenti
III. L’iniziale offensiva austriaca in Baviera
IV. I teatri di guerra secondari
V. Aspern-Essling: scacco a Napoleone
VI. Oltre il Danubio
VII. Wagram: il primo giorno
VIII.Wagram: il secondo giorno
IX. Wagram, Znaim e la fine della guerra
Una selezione di biografie essenziali
Suggerimenti per ulteriori letture
Appendice 1: Ordini di battaglia: Aspern-Essling
Appendice 2: Ordini di battaglia: Wagram

Dalla PREFAZIONE DELL'AUTORE (© 2007 Libreria Editrice Goriziana - È vietata la riproduzione totale o parziale del brano senza l'autorizzazione esplicita dell'Editore).


Wagram nella storia

Con l’eccezione della battaglia delle Nazioni dell’ottobre 1813, la battaglia di Wagram, svoltasi il 5 e 6 luglio 1809, fu il più imponente combattimento delle guerre napoleoniche – anzi, degli inizi del XIX secolo. Lungo un fronte di 22 chilometri, 300.000 soldati francesi ed austriaci si scontrarono per due giorni. Le perdite complessive dei due eserciti ammontarono a 72.000 uomini. Forse non fu un successo altrettanto brillante di quello conseguito quattro anni addietro ad Austerlitz – quando si ritirò in buon ordine, l’esercito austriaco era ancora in grado di combattere –, tuttavia per i francesi si trattò di una vittoria decisiva, l’ultima con cui Napoleone, spezzatane la volontà di combattere, indusse il nemico ad abbandonare il campo.
Come più volte accadde nel corso di queste guerre, l’aiuto promesso dagli inglesi fu irrisorio, e giunse troppo tardi. Ma dopo che Napoleone era stato costretto a lasciare precipitosamente la Spagna per assumere il comando in Germania, la Gran Bretagna trasse vantaggio dalla campagna del 1809; se invece l’imperatore fosse potuto rimanere nella penisola iberica, probabilmente l’esito della campagna di Spagna sarebbe stato molto diverso: piegata la resistenza spagnola, egli avrebbe verosimilmente ricacciato Wellington verso il mare. Inoltre, con l’eventuale trasferimento nell’Europa centrale dei quasi 300.000 uomini che dovette invece tenere in Spagna, Napoleone sarebbe stato in grado di fare la differenza tra la vittoria e la sconfitta nella campagna di Russia del 1812.
Della campagna del 1809 si è parlato come di un punto di svolta non solo nelle guerre napoleoniche ma nelle modalità di conduzione della guerra in generale. Secondo la lettura che ne dà Robert Epstein, essa è la dimostrazione della rinascita della “simmetria” nella guerra europea, con la recente introduzione di un sistema di corpi d’armata nell’esercito asburgico che, se non lo eliminava, riduceva il divario tra francesi ed austriaci. Ciò, a sua volta, ridusse la capacità di Napoleone di assestare il colpo risolutivo, talché Wagram, lo scontro cruciale della campagna, si trasformò in una battaglia d’attrito protrattasi per due giorni e che preannunciò l’avvento della guerra moderna. Ciò detto, rimane un dubbio, ossia fino a che punto, nel 1809, gli austriaci avevano fatto propri i metodi operativi francesi, in particolare per quanto concerneva l’organizzazione dello stato maggiore.
D’altro canto, l’opinione di James R. Arnold è che la campagna ebbe un’importanza preminentemente tattica. A suo giudizio fattori decisivi furono l’incremento della potenza di fuoco d’artiglieria – a Wagram l’artiglieria di ciascuna parte sparò grosso modo 95.000 colpi – e la diminuita efficacia della cavalleria in battaglia, seppure essa continuò ad essere utile in funzione di schermo nelle azioni di sfondamento e di copertura nelle ritirate. Epstein mette altresì in discussione l’idea che nel 1809 la qualità della fanteria napoleonica fosse peggiorata – e qui, alla prestazione di Wagram, bisogna aggiungere la sua accanita resistenza, malgrado le condizioni di estremo svantaggio, in una precedente battaglia della campagna, ossia quella di Aspern-Essling. In entrambe le occasioni, tanto i francesi che le truppe loro alleate si batterono in modo eccellente; e a quel che pare le forze della Confederazione del Reno furono immuni ai richiami al nazionalismo tedesco da parte austriaca.
Naturalmente queste due argomentazioni non sono in contraddizione tra di loro, e, sia pure con qualche riserva, mi trovano d’accordo. È pressoché indubbio, per esempio, che Wagram precorse gli sviluppi operativi e tattici della Guerra civile americana e, con qualche differenza, le vittorie prussiane nelle guerre dell’unificazione tedesca. Io, per parte mia, attribuisco maggiore importanza alle personalità e alle capacità di comando dei generali dei due schieramenti. Concordo sul fatto che, in quanto capo di stato e comandante supremo, Napoleone poté contare su una maggiore flessibilità, mentre il comandante austriaco, l’arciduca Carlo, fu spesso ostacolato dall’atteggiamento ambiguo e diffidente del fratello maggiore, l’imperatore Francesco I, nonché dagli interessi particolari degli ufficiali superiori e dalla burocrazia militare. Tuttavia, Wagram non fu semplicemente una battaglia che gli austriaci persero: fu Napoleone a vincerla con risolutezza. AWagram, il genio di Napoleone, la sua abilità nel coniugare i minuziosi preparativi con la successiva superba conduzione dei suoi corpi d’armata in battaglia – a loro volta guidati da comandanti intraprendenti – fu un elemento decisivo. D’altra parte, all’arciduca Carlo, che pure era un valido generale, mancava la fame di vittoria. Egli impiegò infruttuosamente le settimane antecedenti la battaglia, e il suo comando fu caratterizzato da esitazione e lentezza – in ciò imitato dai suoi principali ufficiali subalterni. Come era stato per le guerre precedenti e al pari di quelle che sarebbero seguite – nelle quali le truppe degli opposti schieramenti più o meno si equivalsero numericamente e qualitativamente – gli elementi decisivi ai fini della vittoria rimanevano le capacità militari e di comando dei generali.

 · l'autore · 
Gunther E. Rothenberg (1923-2004) nacque a Berlino e, dopo l’avvento al potere di Hitler, si trasferì prima in Inghilterra e in Palestina e successivamente negli USA. Nella seconda guerra mondiale fu con l’VIII Armata britannica in Egitto, in Italia e in Austria. Alla fine del conflitto, entrò a far parte del Palmach in Palestina, dove combatté la guerra d’indipendenza. Emigrato negli Stati Uniti, si arruolò nell’esercito e partecipò alla guerra di Corea. Conseguito il PhD alla University of Illinois, iniziò una brillante carriera di studioso, diventando una delle massime autorità nel campo della storia militare austriaca e napoleonica. Fra le sue opere, The Austrian Military Border in Croatia, 1522-1747 (1960), The Art of Warfare in the Age of Napoleon (1977), Napoleon’s Great Adversaries: the Archduke Charles and the Austrian Army, 1792-1814 (1982) e The Napoleonic Wars (1999).
La LEG ha pubblicato L’esercito di Francesco Giuseppe (2004).

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