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L'IMPERO SULL’ADRIATICO
 
L'IMPERO SULL’ADRIATICO
MUSSOLINI E LA CONQUISTA DELLA JUGOSLAVIA
1941-1943


di H. James Burgwyn

Collana: "LEGuerre", n° 33
Brossura, pagine: 409
Prima edizione "LEGuerre", Maggio 2006:
ISBN: 88-86928-89-0
prezzo: Euro 24,00 i.i.

Note:
TRADUZIONE di MAURO PASCOLAT SERVIZI DI EDITING TRADUZIONE CONSULENZA editoriale

INTRODUZIONE di SERGIO ROMANO

Con 32 fotografie f.t.

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Frutto di estremo rigore documentario e opera di forte impatto narrativo, L’impero sull’Adriatico è il primo studio che offre un quadro a tutto campo dell’interazione delle forze in gioco nell’impresa di empire building che portò l’Italia di Mussolini ad occupare le terre jugoslave in uno dei più cruenti episodi della seconda guerra mondiale.
Lo sforzo imperialistico del duce costituì un azzardo – un tentativo di rilanciare la posta nel momento in cui le sue forze militari arretravano pressoché su tutti i fronti – che, paradossalmente, si concretizzò proprio fra il 1941 e il 1943, in un “dramma senza senso” – come indicato da Sergio Romano nella sua introduzione – che consegnò all’Italia un contraddittorio imperium mediante la conquista, l’annessione, l’esercizio del protettorato nei diversi territori dei Balcani. Lo “spazio vitale” dell’Italia, reclamato dalla variegata schiera dei suoi promotori sin dall’indomani dell’unificazione e osteggiato dalla diplomazia internazionale (in particolare con la Conferenza di pace di Parigi del 1919) e dai sistemi di alleanze e di equilibri creatisi dopo la Grande Guerra, sembrò avere una reale prospettiva solo con l’entrata nel secondo conflitto mondiale di Mussolini al fianco di Hitler, e dopo la conquista tedesca della Jugoslavia.
Lasciando che a raccontare – col sostegno di dettagliate fonti di archivio e a stampa – siano gli eventi stessi e i loro attori, Burgwyn presenta lo sconcertante scenario che si delineò negli anni dell’invasione e dell’occupazione nazifascista, definendo il ruolo “schizofrenico” avuto dall’Italia in quegli anni: la sua sostanziale sudditanza all’alleato Terzo Reich, il sostegno al sanguinario regime-fantoccio di Pavelic e la successiva cooperazione con i cetnici, le discrepanze fra le direttive di Roma e l’azione dei men on the spot, l’efferata politica di snazionalizzazione delle amministrazioni civili italiane e la violenta repressione della II Armata in reazione ai movimenti insurrezionali di resistenza – di cui l’Autore fornisce un’esauriente fenomenologia – sorti a macchia di leopardo in Jugoslavia per contrastare gli occupatori, fino ai sistematici rastrellamenti di civili e alla loro deportazione nei campi di internamento. D’altronde, se le forze di occupazione italiane si resero responsabili di tante atrocità, è pur vero che furono i militari stessi a rifiutarsi di diventare complici dell’olocausto nazista e dei massacri ustascia salvando innumerevoli vite di ebrei e di serbi ortodossi. Ma se alla fine – sottolinea con chiarezza Burgwyn – la tragedia jugoslava fu aggravata dallo scatenarsi di contrapposizioni etnico-religiose ed ideologiche che precipitarono il paese in un’apocalittica guerra civile, ciò va comunque ricondotto a quegli agenti – Mussolini, i fautori del suo imperialismo e le Potenze dell’Asse – che, con l’occupazione e l’invasione, misero in moto la tremenda spirale di massacri e vendette che risultò nella carneficina balcanica.


INDICE DEI CAPITOLI:

I. Le ambizioni italiane in Jugoslavia 1918-1940 - La Conferenza di pace di Parigi - Mussolini si confronta con la Jugoslavia - Guerra: Jugoslavia o Grecia?
II. Lo smembramento della Jugoslavia - L’Italia e la fine della Jugoslavia - Mussolini e gli ustascia - Le controversie confinarie - La mutilazione del Montenegro - La partizione della Slovenia - Lo spazio vitale dell’Italia
III. La pulizia etnica in Croazia - Gli ustascia, infame alleato dell’Italia - L’esercito italiano assume il comando - I serbi si difendono - Le reazioni sul campo - Nel turbine croato
IV. La pax romana - I fascisti avanzano - La rivolta nel Montenegro - La “provincia italiana di Lubiana” - La Dalmazia nello scompiglio
V. Amici e nemici - La controinsurrezione di Roatta - Il gioco delle sedie - L’operazione “Trio” - Il Montenegro libero dai partigiani - Sfiancati dagli alleati
VI. Cetnici, ebrei e partigiani - Amici incostanti e nemici risoluti - L’anomalia musulmana - Fallout politico - L’Italia salva gli ebrei - L’inizio della fine
VII. L’operazione “Weiss” - La pianificazione dell’operazione “Weiss” - Manovre diplomatiche fra Roma e Berlino - L’Italia e “Weiss II” - Il campanello d’allarme croato - L’esercito italiano e i cetnici - Verità solenni,
VIII. La fine dello spazio vitale - Il dilemma di Mihajlovic - L’implacabile pressione tedesca - L’operazione “Schwarz” - I cetnici abbandonati - L’agonia in Slovenia - Ultimo atto in Dalmazia
IX. La Götterdämmerung dell’Italia in Jugoslavia - La II Armata: un bilancio - L’alleato cetnico - Il nemico partigiano - Roatta, Robotti, Ambrosio - Crepe nella corazza della II Armata - Crimini di guerra e controinsurrezione - “Bravo italiano” e “cattivo tedesco”? - Gli irriducibili di Palazzo Chigi - Mussolini e l’edificazione dell’impero: Finis

Dall'INTRODUZIONE di SERGIO ROMANO (© 2006 Libreria Editrice Goriziana - È vietata la riproduzione totale o parziale del brano senza l'autorizzazione esplicita dell'Editore).

Se un apparecchio potesse registrare l’evoluzione della politica italiana verso la Jugoslavia dalla creazione dello Stato, nel 1919, alla sua dissoluzione dopo la morte di Tito e la fine della Guerra fredda, il grafico assomiglierebbe a quello di un preoccupante elettrocardiogramma. Non esiste una sola politica estera, perseguita con le necessarie variazioni imposte dalle circostanze. Ne esistono almeno due, radicalmente diverse e perseguite spesso nelle peggiori condizioni possibili.
Sidney Sonnino, ministro degli Esteri durante la Grande Guerra, non desiderava la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico e temeva, non senza ragione, che la nascita di uno Stato jugoslavo avrebbe creato sulle coste orientali della Dalmazia un pericoloso concorrente. Ma nell’aprile del 1918 si tenne a Roma un congresso, voluto fra gli altri da Giovanni Amendola e Francesco Ruffini, sulla sorte delle nazionalità dell’impero, a cui parteciparono Benes, Stefanik, Trumbic, Mestrovic, Skirmunt. In un piccolo libro pubblicato dai Quaderni della Voce nel settembre 1919, Amendola ricorda che la delegazione italiana era composta da Luigi Albertini, Giovanni Amendola, C.E. Aprato, Francesco Arcà, Salvatore Barzilai, G.A. Borgese Giuseppe Canepa, Ettore Ciccotti, Giovanni Colonna di Cesarò, Luigi Della Torre, Pietro di Scalea, Luigi Federzoni, Roberto Forges Davanzati, Giovanni Giuriati, Giovanni Lorenzoni, Giuseppe Lazzarini, Paolo Mantica, Maurizio Maraviglia, Ferdinando Martini, Benito Mussolini, Ugo Ojetti, Maffeo Pantaloni, Giuseppe Prezzolini, Francesco Ruffini, Gaetano Salvemini, Antonio Scialoja, Vittorio Scialoja, Franco Spada, Pietro Silva, Alessandro Tasca di Cutò, Andrea Torre, Vito Volterra. Era una delegazione eterogenea, composta da liberali, democratici, socialisti, nazionalisti, tutti uniti dal comune passato interventista, ma destinati ad assumere, di lì a poco, posizioni diverse. Molti (i nazionalisti di Federzoni ad esempio) erano convinti che l’appoggio offerto alle nazionalità dell’Impero avrebbe permesso all’Italia di ottenere al tavolo della pace, con il consenso della Jugoslavia, modifiche territoriali ancora più generose di quelle negoziate con il Patto di Londra dell’aprile 1915. Quando la posizione di Wilson e le resistenze jugoslave delusero queste attese, le loro posizioni divennero più aggressive. Il governo Nitti, dal canto suo, sembrò incapace di fare una scelta. Disapprovò l’“impresa fiumana” di Gabriele D’Annunzio, ma sperò probabilmente che le pressioni nazionaliste gli avrebbero permesso di riprendere almeno in parte, sul terreno, ciò che non aveva ottenuto al tavolo della pace.
Giovanni Giolitti e soprattutto Carlo Sforza avevano altri programmi e perseguirono una politica non diversa da quella che i delegati democratici e socialisti avevano auspicato durante il Congresso di Roma. Sforza era stato rappresentante dell’Italia presso il re di Serbia a Corfù dopo la conquista austriaca di Belgrado e riteneva che l’Italia potesse esercitare la sua leadership nella regione con un altro stile e altri metodi. Giolitti, soprattutto dopo l’“impresa libica”, conosceva i limiti dello Stato italiano e non voleva che il ritorno alla normalità, dopo la fine della Grande Guerra, fosse turbato da avventure nazionalistiche. Il trattato di Rapallo, con cui il suo governo chiuse bruscamente il capitolo fiumano e stabilì buoni rapporti con Belgrado, fu un successo della linea diplomatica che Sforza intendeva adottare verso la Jugoslavia.
L’avvento del fascismo produsse risultati contraddittori e una politica altalenante. Vi furono momenti in cui Mussolini incoraggiò i movimenti secessionisti e puntò sulla disgregazione dello Stato jugoslavo. Ma vi furono altri momenti in cui la diplomazia fascista cercò d’inserire la Jugoslavia nella sua sfera d’influenza senza assumere atteggiamenti bellicosi. Come accadde anche in altre circostanze, l’Italia faceva politica su due tavoli e si preparava a sfruttare le circostanze. Se l’edificio costruito dall’altra parte dell’Adriatico avesse cominciato a cigolare, Mussolini ne avrebbe approfittato per rimettere all’ordine del giorno le richieste italiane respinte a Versailles. Se la Jugoslavia si fosse dimostrata solida e avesse potuto contare sulla protezione di altre potenze, l’Italia avrebbe dato prova di maggiore prudenza. Vi fu addirittura una fase in cui Galeazzo Ciano divenne paradossalmente il migliore erede della politica che Giolitti e Sforza avevano fatto dopo la Grande Guerra. Accadde quando il ministro degli Esteri di Mussolini cercò di evitare l’ingresso in guerra a fianco di Hitler promuovendo la nascita di una coalizione composta da Stati neutrali dell’Europa danubiano-balcanica di cui l’Italia avrebbe preso la guida. Ciano avrebbe realizzato il suo obiettivo, forse, se le clamorose vittorie tedesche in Francia non avessero convinto Mussolini che l’Italia doveva affrettarsi a entrare in guerra per partecipare alla spartizione delle spoglie. Per evitare che l’Europa del dopoguerra fosse interamente dominata dalla Germania, Mussolini, tuttavia, voleva che l’Italia facesse la “sua guerra” e arrivasse al tavolo della pace con i pegni delle sue vittorie. Tutti questi calcoli si rivelarono tragicamente sbagliati. L’esercito italiano non dette buone prove né sulle Alpi contro la Francia, né in Africa contro gli inglesi. E l’Inghilterra, nel frattempo, rifiutò di accettare la sconfitta. Come un giocatore che raddoppia la posta nella speranza di recuperare con un colpo fortunato il denaro perduto, Mussolini lanciò contro la Grecia un corpo di spedizione mal preparato e male armato. La sconfitta dell’Italia nella Seconda guerra mondiale comincia sui monti fra l’Albania e la Grecia. Se la Germania avesse vinto la guerra, l’Italia, nella migliore delle ipotesi, sarebbe stata il satellite mediterraneo del Reich tedesco.
Ma il caso, le circostanze e l’imprevedibile comportamento degli esseri umani contribuirono a cancellare per il momento la percezione della disfatta e ad alimentare illusioni che avrebbero ulteriormente peggiorato le condizioni del paese. Dopo avere terminato la lettura del libro di Burgwyn, il lettore avrà la sensazione di avere assistito a un dramma “senza senso”, vale a dire allo sviluppo di una vicenda che avrebbe potuto e dovuto svolgersi diversamente.
La disintegrazione della Jugoslavia non era un evento inevitabile. Il 25 marzo 1941, come ricorda l’autore, il governo di Belgrado firmò il Patto tripartito ed entrò, nel club dei satelliti dell’Asse, ma ottenne concessioni che garantivano la sua integrità e indipendenza. Il putsch che defenestrò il principe Paolo ed ebbe per conseguenza il bombardamento tedesco di Belgrado, non fu un sussulto di orgoglio patriottico, ma un colpo di Stato militare, organizzato da uomini politici e ufficiali che pensavano alla propria carriera più di quanto non pensassero alle conseguenze internazionali del loro gesto e al destino della patria. La disintegrazione della Jugoslavia (un evento a cui molti avevano pensato negli anni precedenti) avvenne dunque quando l’Italia era appena uscita sostanzialmente sconfitta dal conflitto con la Grecia. Ma questo non impedì al governo Mussolini, e a una buona parte della classe dirigente del regime, di agire come se il paese avesse finalmente raggiunto i suoi storici obiettivi. L’Italia si trovò per certi aspetti nella stessa situazione in cui si trovò la Germania quando, alla fine del 1918, era stata sconfitta a occidente, ma era ancora, sul fronte orientale, potenza vincitrice. Fra il 1941 e il 1943, mentre le sue forze armate, con qualche temporanea eccezione, erano costrette a indietreggiare su tutti i fronti, l’Italia ebbe finalmente il suo Impero adriatico. Ottenne la Dalmazia e un pezzo di Slovenia. Ingrandì l’Albania con l’annessione del Kosovo. Resuscitò il Montenegro e ne fece uno Stato associato sotto la corona di Vittorio Emanuele III. Esercitò un formale protettorato sulla Croazia. Ma ognuna di queste “conquiste” si scontrò con l’arrogante potenza della Germania, l’indocilità dei satelliti, la resistenza dei patrioti e dei comunisti, l’impreparazione delle gerarchie politico-militari a un compito che diventava, con il passare del tempo, sempre più complicato e pericoloso.
Come fu confermato dalle vicende degli anni Novanta non esistono in Jugoslavia, quando il paese precipita nel caos della guerra civile, due campi contrapposti e una frontiera che li separa sul terreno. Esiste una pluralità di conflitti etnici, religiosi, ideologici. Ed esiste una gamma pressoché infinita di alleanze, patteggiamenti, compromessi e, beninteso, tradimenti. Prigioniera di questo ingranaggio, l’Italia finì per combattere, come tutti i protagonisti di quella tragica vicenda, una “guerra balcanica”, vale a dire la più crudele e sanguinosa delle guerre europee. Burgwyn ricorda giustamente le rappresaglie, le stragi, gli errori politici e amministrativi. Ma non dimentica al tempo stesso le decisioni assennate e gli atti di pietà che riscattarono in molte circostanze l’immagine delle forze d’occupazione italiane. In un mondo pressoché interamente popolato da diavoli, gli angeli, quando riescono a cambiare il corso di un evento, anche piccolo, meritano di essere ricordati con particolare gratitudine.

 · l'autore · 
H. James Burgwyn è Emeritus Professor di Storia alla West Chester University, Philadelphia. Fra le sue opere, Italian Foreign Policy in the Interwar Period 1918-1940; The Legend of the Mutilated Victory: Italy, the Great War, and the Paris Peace Conference, 1915-1919. In Italia ha pubblicato, presso Feltrinelli, Il revisionismo fascista: La sfida di Mussolini alle grandi potenze nei Balcani e sul Danubio. Negli Stati Uniti, Empire on the Adriatic è stato selezionato da History Book Club per la propria sezione “World History”.

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