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IL COMANDO SUPREMO DI HITLER
 
IL COMANDO SUPREMO DI HITLER

di Geoffrey P. Megargee

Collana: "LEGuerre", n° 28
Brossura, pagine: 400
Prima edizione: Maggio 2005
ISBN: 88-6928-xx-x
prezzo: Euro 21,00 i.i.
Note: TRADUZIONE di Gianfranco Simone

Supervisione del testo a cura di
MAURO PASCOLAT SERVIZI DI EDITING TRADUZIONE CONSULENZA editoriale

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 · note di copertina · 
In una disamina contro corrente rispetto alla letteratura sull’argomento, Geoffrey P. Megargee sfata il mito secondo il quale i vertici militari tedeschi nella seconda guerra mondiale avrebbero prevalso se Hitler non avesse interferito nelle loro scelte strategiche. L’ipotesi dell’Autore è che nel Comando Supremo di Hitler vi fossero molte più pecche di quante siano state generalmente riconosciute. Il libro mette in luce un punto di importanza fondamentale: la responsabilità della disfatta tedesca è ascrivibile ai vertici militari non meno di quanto sia ascrivibile a Hitler – che pure fu la figura centrale in quasi tutti i processi decisionali in ambito militare.

Megargee indaga le modalità che regolarono il processo decisionale delle strutture di comando militare del Terzo Reich attraverso le scelte dei suoi massimi livelli, che alla fine compromisero definitivamente la presunta superiorità sul campo dei tedeschi a causa di errori strategici e di pianificazione operativa. L’indagine segue l’evoluzione dell’apparato militare del regime nazista dal 1933 al 1945, dando risalto agli equilibri di potere all’interno del Comando Supremo, al ruolo di quanti ne determinarono lo sviluppo organizzativo e all’influenza dei teorici militari tedeschi sulla sua struttura e sulla sua funzione. Dal lavoro emergono gli aspetti più negativi che affliggevano il Comando Supremo: l’ambizione personale, la mentalità ostinata, l’intrigo politico e il pressoché insostenibile carico di lavoro cui doveva fare fronte il personale di Stato Maggiore.

Particolarmente significativa, da un punto di vista documentario, è la sezione in cui l’Autore ci introduce nel vivo dell’attività degli organi militari: “una settimana nella vita” del Comando così come essa si svolgeva nel drammatico periodo della impresa militare sul fronte russo nel 1941. Fu proprio in occasione dell’operazione “Barbarossa” che gli errori di valutazione strategico-operativa si rivelarono fatali per l’impresa tedesca: Megargee ne individua le cause nell’approccio arrogante e superficiale dei tedeschi rispetto alle complessive potenzialità dei russi, nel modo inadeguato in cui i nazisti gestirono la propria intelligence, nelle lacune della logistica in una campagna su scala inusitata: tutte le carenze che emersero in “Barbarossa” si sarebbero fatalmente rivoltate contro i tedeschi.

Megargee giunge a questa conclusione: il concetto strategico dei generali del Comando Supremo in realtà non fu migliore delle idee che aveva Hitler sulla conduzione di una guerra; anzi, in molti casi fu peggiore.

In questo senso, i compartecipi dell’“avventura” hitleriana non furono meno colpevoli di colui che ne diresse le azioni: Heinz Guderian, Franz Halder, e tanti altri protagonisti, in realtà confidarono ciecamente in una supposta superiorità tedesca (in cui trovava posto anche la “volontà” intesa come una sorta di forza innata) in base alla quale ogni ostacolo era superabile.

Il Comando Supremo di Hitler è un libro che mette a nudo i drammatici difetti di questo sistema e delinea in modo netto la reale natura dei processi strategici e decisionali del Terzo Reich.

INDICE DEI CAPITOLI:

I. Le origini del sistema di comando tedesco
II. Espansione e dibattito: dal gennaio 1933 al novembre 1937
III. Tendenze convergenti: dal novembre 1937 al marzo 1939
IV. L’inizo della guerra e le prime vittorie: dal marzo 1939 al giugno 1940
V. Nuove direzioni, nuovi problemi: dal giugno 1940 al giugno 1941
VI. Lo spionaggio militare e il piano d’attacco ad Est
VII. Logistica, personale e “Barbarossa”
VIII. Il sistema al lavoro: una settimana nella vita del Comando Supremo
IX. L’ultima possibilità: 1942
X. Un Comando diviso al suo interno: gennaio 1943-luglio 1944
XI. Il tracollo: giugno 1944-maggio 1945
XII. Il Comando Supremo tedesco: una valutazione


Dalla PREFAZIONE dell'Autore (© 2005 Libreria Editrice Goriziana - È vietata la riproduzione totale o parziale del brano senza l'autorizzazione esplicita dell'Editore).
Nel dicembre del 1941 il maggiore Claus Schenk von Stauffenberg, un ufficiale dello Stato Maggiore tedesco che più tardi avrebbe tentato di uccidere Adolf Hitler, disse a un corso di nuovi candidati al suo comando: "L'organizzazione del nostro Comando Supremo nella seconda guerra mondiale è la più idiota che il miglior ufficiale dello Stato Maggiore Generale potrebbe inventare se avesse ricevuto l'ordine di costituirlo nella maniera più insensata". L'affermazione di Stauffenberg mette in risalto una delle contraddizioni fondamentali nella storia del Terzo Reich: la Germania conquistò gran parte del continente europeo in due anni e tenne lontani i suoi nemici per altri tre, nonostante il suo Comando Supremo fosse un caotico miscuglio di organismi e personalità in competizione guidato da un megalomane. I problemi all'interno del sistema di comando erano in realtà molto più diffusi e seri di quanto molti possano immaginare.
Secondo la concezione popolare emersa dopo la guerra, Adolf Hitler e pochi membri del suo ristretto entourage portarono la Germania alla rovina, nonostante la superiorità del suo esercito e contro una consistente opposizione da parte dello Stato Maggiore Generale. Quest'ultima organizzazione è stata descritta nella storia come un'entità monolitica, altamente professionale e antinazista che pianificava le campagne con l'efficienza di una macchina, mentre allo stesso tempo detestava il regime che serviva. Come molti miti, anche questo contiene un fondo di verità. Tuttavia la situazione all'interno del Comando Supremo era molto più complessa di quanto indichi il mito. È vero, Hitler aveva il completo controllo della strategia prima ancora dell'inizio del conflitto e la sua influenza sulle operazioni crebbe nel corso della guerra finché ai suoi generali rimase una libertà d'azione minima. Lo scostamento del mito dalla realtà è però evidente in alcune affermazioni e assunti: che Hitler sbagliasse sempre e che i suoi generali avessero sempre ragione; che costoro lo contestassero decisamente e giustamente; e che la guerra sarebbe finita bene per la Germania se essi avessero avuto il comando. La realtà è che i capi militari tedeschi si trovarono in una situazione caotica che in gran parte avevano essi stessi creato, e che poi, dopo la sconfitta, i superstiti fecero di Hitler e dei suoi collaboratori più stretti capri espiatori molto credibili.
Una particolare serie di circostanze storiografiche ha reso possibile questo mito. Innanzitutto, le fonti in proposito sono moltissime e complesse. Dopo la guerra, milioni di pagine di materiale di prima mano furono a disposizione degli storici: discorsi, memorandum, diari privati e ufficiali, verbali e ordini. Gli studiosi avevano bisogno di tempo per dare un senso a questo materiale e solo un numero limitato di costoro poté accedervi; risposte chiare e precise anche alle domande più semplici sarebbero emerse nel giro di decenni. Il ruolo giocato nelle ricerche storiche dai capi militari tedeschi sopravvissuti rese più acuto il problema. Le loro memorie, le interviste e gli studi postbellici si aggiunsero alla già grande quantità di materiale disponibile. Naturalmente, le loro risposte erano spesso più chiare ed esaustive di quelle fornite dai documenti, per lo meno all'inizio. Gli storici erano comprensibilmente entusiasti di avere una simile risorsa a loro disposizione; molte opere secondarie si basavano per lo più sui contributi dei sopravvissuti. Queste ultime e le memorie dei generali tedeschi a loro volta incontrarono un vasto pubblico, tanto da guadagnare la preminenza nei dibattiti storici che seguirono.
Il problema è che le storie dei sopravvissuti erano inquinate per varie ragioni. Gli uomini che le avevano scritte non erano studiosi e spesso non avevano accesso ai documenti originali. In molti casi avevano parecchio da nascondere. Così, per ragioni sia innocenti che insidiose, i loro resoconti sono un misto di verità, mezze verità, omissioni e vere e proprie falsità difficili da districare. Il compito di separare i fatti dalle invenzioni comporta un attento confronto fra le dichiarazioni dei capi tedeschi e i documenti del tempo di guerra. È stato un processo lungo e impegnativo. (...)
 · l'autore · 
Geoffrey P. Megargee è Applied Research Scholar presso il Center for Advanced Holocaust Studies, United States Holocaust Memorial Museum. È stato fra i contributori di World War II in Europe: An Encyclopedia. Attualmente sta curando l’edizione di una storia enciclopedica dei campi di concentramento e dei ghetti in Europa durante il dominio nazista.
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