Libri di storia militare storia della guerra
LIBRERIA EDITRICE GORIZIANA Libreria Editrice Goriziana - STORIA COLLANA LEGuerre
· fuori collana · cataloghi · recensioni · home page     


TUTTE LE COLLANE

i Maestri della Guerra
I Maestri della Guerra.

LEG Collana i Leggeri
Storia, saggi, tradizione, folclore, narrativa, poesia, critica letteraria, politica, geopolitica.
LEG Collana il Leggio
Testimoni, memorie, documenti.
LEG Collana le Guide
Guide storiche, turistiche, immagini, ambiente, territorio, montagna, archeologia.
:· La Clessidra di Clio

Collana di testi e studi storici diretta da Fulvio Salimbeni. Formato unico 16,5 x 23,5. Rilegati con sovracoperta.
:· Il Biancospino

Collana di testi e studi etnografici diretta da Gian Paolo Gri. Formato unico 16,5 x 23,5. Rilegati con sovracoperta.
:· Scorciatoie

Collana di testi e studi letterari diretta da Elvio Guagnini.
 

Storie di uomini, armi, atti di forza» tutti i titoli della collana LEGuerre 
 · il libro · 
LA
 
LA BATTAGLIA D'ALGERI
DEI SERVIZI SPECIALI FRANCESI
1955-1957
(Sérvices Spéciaux Algérie 1955-1957)


di Paul Aussaresses

Collana: "LEGuerre", n° 40
Brossura, pagine: 152
Prima edizione "LEGuerre", maggio 2007
ISBN: 978-88-6102-014-6
prezzo: Euro 22,00 i.i.

Note:
TRADUZIONE di Luciano Zagabria

Introduzione di Giorgio Galli.

Con 23 tavole fotografiche f.t.

per acquistare questo libro
» PER ACQUISTARE questo libro
 · note di copertina · 
Quando, tra il 2000 e il 2001, prima con un’intervista rilasciata a “Le Monde” e successivamente con la pubblicazione del presente volume di ricordi sull’esperienza nella guerra d’Algeria, il generale in congedo Paul Aussaresses decise di rompere il silenzio e di esporsi in prima persona rivelando i brutali metodi repressivi impiegati dall’esercito francese (e dei quali egli fu uno degli esecutori) nella lotta ai “ribelli” del Fronte di liberazione nazionale algerino (FLN), la Francia fu investita da una forte ondata emotiva e i vertici militari ne furono sensibilmente allarmati. La domanda che allora ci si pose era perché, a oltre quarant’anni di distanza, uno dei fondatori dello SDECE (Servizio di documentazione estera e di controspionaggio), tra i responsabili di spicco dei servizi di intelligence che operarono in Algeria tra il 1955 e il 1957 e in prima linea nelle sanguinose battaglie di Philippeville e di Algeri, rese noti particolari così sconvolgenti riguardanti l’uso sistematico – avallato dagli alti livelli governativi francesi – della tortura e delle esecuzioni sommarie contro gli insorti? L’Autore fornisce una risposta che può essere sintetizzata tanto nell’atteggiamento al tempo assunto dalle massime sfere governative parigine (l’allora presidente Pierre Mendès France dichiarò che la Francia non avrebbe mai trattato con i ribelli; non meno intransigente la posizione del suo ministro degli Interni, il futuro presidente socialista Mitterand, “niente negoziati coi nemici della Patria. Il solo negoziato è la guerra”), quanto nell’augurio che egli esprime alla fine del libro, ossia che ai giovani francesi non debba mai toccare di fare quello che egli “dovette” fare in Algeria. È d’altronde importante sottolineare che l’idea di “dovere” non prescinde da ciò che il militare Aussaresses riteneva di fare agendo per il “bene” della sua nazione, anche se egli, per primo, non intende accampare giustificazioni (ma qui la riflessione “morale” diventa estremamente controversa e senz’altro dibattibile), bensì spiegare che quando una nazione chiede al proprio esercito di combattere un nemico che utilizza il terrorismo, è pressoché inevitabile che l’esercito ricorra a mezzi estremi.
Alla luce di quest’ultima considerazione, oggi la testimonianza di Aussaresses – al di là di ogni passata benché dolorosa contingenza – si ripresenta con tutta la sua pregnanza, laddove riporta alla ribalta una questione quanto mai attuale: come osserva Giorgio Galli nell’introduzione al volume, “mentre è in corso (oltre che in Afghanistan) la guerra in Iraq (...) viene proposto il paragone tra Algeri e Baghdad [e] Kissinger suggerisce a Bush di studiare la guerra d’Algeria”. Ecco che, come per l’azione repressiva in Algeria, si ripropone in questo primo scorcio di secolo la questione dell’impiego di metodi coercitivi violenti, della tortura, insomma (“botte, acqua, elettricità, pentotal”) contro il nemico, il ribelle – o ritenuto tale – o, in tempi recenti, nell’attività controterroristica.
Fra le righe di una prosa netta ed essenziale, forte di incisivi e serrati dialoghi, e venata di un crudo jargon che si combina con una consumata efficacia letteraria, rimane nondimeno leggibile il forse irrisolto, straniato travaglio del viaggio nella tenebra di un Monsieur Kurtz che non ricerca ambigue redenzioni.


INDICE DEI CAPITOLI:

I. Dalla parte di Soual
II. Philippeville, 1955
III. Il 18 giugno
IV. L’attacco
V. El-Halia
VI. Il piccolo Messaoud
VII. Algeri
VIII. La missione
IX. La prefettura
X. Duemila leopardi
XI. Il bazooka
XII. Lo sciopero
XIII. Villa des Tourelles
XIV. Il terrore
XV. Ben M’Hidi
XVI. L’avvocato Boumendjel
XVII. Una battaglia vinta
XVIII. Le Déserteur
Appendice
Profili biografici

Dall'INTRODUZIONE DI GIORGIO GALLI (© 2007 Libreria Editrice Goriziana - È vietata la riproduzione totale o parziale del brano senza l'autorizzazione esplicita dell'Editore).


Quando il generale Paul Aussaresses cominciò a pubblicare i suoi “ricordi” della guerra in Algeria e della battaglia di Algeri, prima in una intervista a “Le Monde” e poi in questo libro, vi fu molta preoccupazione ai vertici dell’esercito francese e ci si chiese perché lo avesse fatto. Forse la risposta è nelle ultime righe del libro: “Non avevo alcun rammarico, ma mi auguravo che nessuno di quei giovani dovesse mai fare un giorno quello che, per il mio paese, avevo dovuto fare laggiù in Algeria”. E perché lo ha fatto, lo spiega all’inizio: capo di un governo progressista, Pierre Mendès France aveva detto che la Francia non avrebbe mai trattato coi ribelli; e il ministro dell’Interno, lo stesso François Mitterand, che sarebbe poi divenuto presidente socialista della Repubblica, aveva ribadito: “Niente negoziati coi nemici della Patria. Il solo negoziato è la guerra”.
E che tipo di guerra? Il generale lo dice subito: “A partire dal momento in cui una nazione chiede al suo esercito di combattere un nemico che usa il terrore per costringere una popolazione attendista a seguirlo e provocare una repressione che mobiliterà a suo favore l’opinione mondiale, è impossibile che questo esercito non ricorra a ‘mezzi estremi’, vale a dire ‘uso della tortura e delle esecuzioni sommarie’”.
Aussaresses racconta come così si è vinta, dopo quella di Philippeville, la più nota battaglia di Algeri. Non spiega perché sia accaduto il contrario, rispetto al famoso discorso di de Gaulle del 18 giugno 1940: egli disse allora che la Francia aveva perso una battaglia, ma non la guerra. Nel 1957 venne vinta la battaglia d’Algeri, ma la Francia, proprio dopo aver portato al potere de Gaulle, perse la guerra d’Algeria. Il fatto è che de Gaulle non voleva un’Algeria francese. Voleva un governo autorevole in Francia, anche se non autoritario (al momento dell’investitura disse che non sarebbe diventato un dittatore a sessantotto anni). Scelse come primo ministro Georges Pompidou, direttore generale della Banca Rothschild. I colonnelli parà di Algeri avevano brindato a quell’investitura con la frase diventata celebre “Neguib al potere? Viva Nasser!”, nell’illusione che, sull’esempio egiziano, al generale conservatore sarebbero succeduti i colonnelli rivoluzionari, dei quali era portavoce la rivista “Milites”, che parlava di un nuovo ordine sociale, di nazione organica che non rifiutava una versione patriottica di un socialismo “alla francese”. Ma de Gaulle non era Neguib. Aveva una cultura politica da quando, giovane, aveva militato nell’“Action Française” di Charles Maurras, monarchica, tradizionalista. E ora aveva l’appoggio dei “poteri forti”, che volevano modernizzare il Paese, ma era soprattutto il generale eroe della “Francia libera”, della resistenza antinazista. Egli promise ai colonnelli l’Algeria francese e un nuovo ordine; ma era il suo, che teneva conto della decolonizzazione, e preparava nuove forme di egemonia in quelle che erano state le colonie francofone.
La Francia perse dunque la guerra d’Algeria dopo una precisa scelta politica a Parigi. Il colonnello parà che più strettamente collaborò con Aussaresses e del quale parla a lungo, Roger Trinquier, nei suoi ricordi avrebbe così delineato una possibile alternativa: “Nei giorni che seguirono il 13 maggio avevano tentato di far prendere coscienza a Massu (il leggendario comandante della 10ª divisione parà, al potere ad Algeri, ndr) della straordinaria possibilità che si offriva davanti a lui. Nel clima del momento niente poteva arrestarci. Avremmo potuto rovesciare il corso della storia. Non eravamo pronti. Ci hanno opposti l’unità dell’esercito e noi ci siamo fermati”.
Ma Massu, anch’egli nei suoi ricordi successivi, ha ampliato il problema: “Non è sufficiente prendere il potere, bisogna essere in grado di esercitarlo, è molto più difficile. L’esperienza prova che de Gaulle è il solo ad aver messo in piedi una maggioranza abbastanza ampia per poter agire. Io non possiedo la sua cultura, il suo senso politico, le sue doti oratorie, la sua capacità di manovra. Da più di trent’anni ha meditato su tutti gli aspetti del potere. Noi non abbiamo fatto altro che la guerra”. Così Massu e Trinquier restarono solo soldati. Avrebbero ancora salvato de Gaulle in un altro maggio, quello del ’68. Quando gli studenti e gli operai di Parigi parvero ribellarsi, il presidente lasciò la capitale, dalla quale Trinquier veniva proposto come governatore militare, e volò al quartier generale di Massu, in Germania, per chiedergli se fosse disposto a far marciare le sue truppe su una Parigi da riconquistare. Non ve ne fu bisogno: nel maggio ’68 come in quello di dieci anni prima fu sufficiente il prestigio di de Gaulle e la possibile primavera parigina si dissolse come quella algerina.
Torniamo ad Aussaresses e alla sua comprensione delle ragioni della guerra, della quale ha una visione limitata. Ritiene che la grande massa della popolazione algerina volesse solo vivere in pace e che la ribellione fosse dovuta solo a intellettuali e a sradicati sociali che la propagandavano col terrore. Quando parla dell’orrendo massacro dei coloni nella rivolta delle miniere di El-Halia, se ne meraviglia perché afferma che le condizioni di vita e di lavoro erano eguali per francesi e musulmani. Se è così, si tratta di un’eccezione. La disuguaglianza tra bianchi (padroni) e musulmani (servi) era all’origine della ribellione, spesso promossa da chi aveva combattuto come sottufficiale nell’esercito coloniale del generale Juin, nella campagna d’Italia e di Francia. Quando, a El-Halia, Aussaresses chiede ad uno dei ribelli catturati come ha potuto massacrare dei neonati, si accontenta di questa risposta: “Ieri è venuto a trovarci un rappresentante dell’FLN. Ci ha detto che gli egiziani e gli americani sbarcavano oggi per aiutarci. Ha detto che bisognava uccidere tutti i francesi, che non si rischiava nulla. E allora ho ucciso tutti quelli che ho trovato”.
Nasser aiutava l’FLN e i parà tentarono di colpirlo al Cairo. Gli americani li fermarono e forse volevano subentrare alla Francia nell’influenza in Africa; erano queste le convinzioni dei colonnelli, che però sapevano anche che alla base della ribellione vi erano terribili disuguaglianze. Una cronaca coeva ricorda che “i privilegi dei francesi d’Algeria, i loro modi di pensare, la separazione delle due comunità, i salari troppo spesso miserabili dei musulmani, l’abbandono in cui sono lasciate molte regioni che vivono ancora in un’epoca feudale, hanno provocato una reazione profonda tra i giovani quadri in particolare, che dimostrano tenerezza per questi algerini disprezzati e miserabili.
Nascono vocazioni da missionari, da protettori dei deboli”. È lo stesso stato d’animo che farà degli ufficiali portoghesi dei corpi scelti in Angola e in Mozambico i promotori della “rivoluzione dei garofani” del 1974 a Lisbona. Ma questo atteggiamento, contraddittoriamente, coesiste in Algeria con la spietatezza della repressione, la cui ricostruzione ha causato, in Francia, l’effetto traumatico del libro di Aussaresses.
Proprio dopo El-Halia scrive: “Facemmo un centinaio di prigionieri, che furono abbattuti immediatamente”. E le esecuzioni sommarie furono, con le torture, lo strumento principale della battaglia e della vittoria dei parà ad Algeri. Ma la loro ideologia complessiva è quella che può essere letta nel recente e documentatissimo “Il sillogismo imperfetto” di Gianfranco Peroncini (Mursia). A proposito delle torture (“botte, elettricità, acqua”), Aussaresses ricorda che “per rassicurare i suoi uomini, Massu aveva voluto essere egli stesso torturato con l’elettricità. E in un certo senso aveva ragione: chi non ha praticato o subìto la tortura, difficilmente può parlarne. Ma Massu non era pazzo: aveva scelto accuratamente i suoi aguzzini tra i suoi più zelanti cortigiani. Se l’avessi torturato io, gli avrei riservato esattamente lo stesso trattamento che ai sospetti. Se ne sarebbe ricordato e avrebbe capito che la tortura è ancora più spiacevole per colui che è torturato che per colui che tortura”. L’Autore ammira Massu; questa sua fredda ironia è ancora più traumatizzante e spiega anche un’altra ragione dell’importanza di questo libro, cioè la sua attualità, mentre è in corso (oltre che in Afghanistan) la guerra in Iraq e mentre viene proposto il paragone tra Algeri e Baghdad.
Kissinger suggerisce a Bush di studiare la guerra d’Algeria e la battaglia di Algeri. Forse potrebbe rivedere il bel film di Gillo Pontecorvo La battaglia di Algeri. Ma il paragone è improprio.
Aussaresses ricorda che la capitale d’Algeria era una metropoli a maggioranza “bianca”, coi musulmani confinati nella Casbah. Segnala anche una frase di Massu: i paras intervennero anche perché i coloni minacciavano di distruggere essi stessi l’intera Casbah, per porre fine alla guerriglia urbana. Nell’immensa Baghdad non ci sono “bianchi”. La metropoli è divisa tra sunniti e sciiti. Il paragone possibile non sta nell’impresa della 10ª divisione parà. Anche in Iraq è stata usata la tortura, anche se non risulta che i generali statunitensi si siano sottoposti all’identico trattamento (attenuato) di Massu.
Il paragone che preoccupa gli Stati Uniti è che se in Algeria i francesi hanno perso la guerra, pur vincendo quella battaglia, in Iraq si rischia di perdere la guerra, pur avendo vinto qualche battaglia. E il problema, oggi, sembra quello di trovare non già una strategia per la vittoria, ma una soluzione per uscire, coi minori danni possibili, da quello che viene definito “il pantano iracheno”.
Il nuovo ministro della difesa, Ribert Gates, già responsabile della CIA, ha detto che gli Stati Uniti “non stanno vincendo”, anche se non stanno neanche perdendo. Le sorti del conflitto sono, dunque, ancora indecise. Ma si va facendo sempre più strada la convinzione che, come in Algeri, la soluzione dipenda da scelte politiche. Richard Perle, il teorico neocon, consigliere di Bush, che voleva esportare la democrazia in Medio Oriente, oggi sostiene che per l’Iraq occorrerebbe un uomo forte, alla de Gaulle. E un commentatore italiano, Alberto Negri (su “Il Sole 24 Ore”), osserva che “allora ci volle un certo Charles de Gaulle per tirar fuori la Francia dal pantano algerino”. Sembrerebbero dunque necessarie due copie del generale del 18 giugno 1940: una per Baghdad e l’altra per Washington. Ma la questione non sta in questi termini, come anche il libro di Aussaresses sembra dimostrare.
Egli è un militare di carriera che lavora nell’intelligence. Ha molte informazioni, ma non sembra in grado di capire appieno il risveglio islamico, sovente promosso da ufficiali come lui, dai “giovani turchi” dell’inizio del secolo al moderato Neguib e al rivoluzionario Nasser degli anni Cinquanta.
È anche un uomo d’azione. Capisce che occorre colpire Nasser che aiuta i ribelli algerini; e racconta come abbia progettato di uccidere Ben Bella prigioniero. Ma non sembra capire che gli intellettuali ai quali attribuisce la guerriglia in Algeria sono ormai il prodotto collettivo di una società: quella del risveglio è diventata un’ideologia che continua al di là delle persone, che suscita intellettuali sempre più radicali, sino al recente fondamentalismo, per cui Algeri continua a Baghdad, a Kabul, a Teheran.
Non si tratta quindi di trovare due de Gaulle, uno per la capitale irachena e un altro per quella degli Stati Uniti. Non basta l’intelligence e non basta neanche l’azione militare. Il problema dell’Occidente è quello di capire un fenomeno socio-culturale e le élites che lo interpretano. È più difficile da risolvere. Ma la premessa per potervi riuscire è il prendere atto che esiste. Al di là dello shock provocato, questo libro può essere un suggerimento in tal senso.

Dalla PREFAZIONE DELL'AUTORE (© 2007 Libreria Editrice Goriziana - È vietata la riproduzione totale o parziale del brano senza l'autorizzazione esplicita dell'Editore).

Come molti dei miei compagni che hanno combattuto in Algeria, avevo deciso non di dimenticare, ma di tacere. Mi predisponeva a tanto il mio passato nei Servizi Speciali della Repubblica. Inoltre, essendo rimasta segreta l’azione che ho condotto in Algeria, mi sarei potuto riparare dietro a questa protezione. Così, verosimilmente, ci si stupirà che, dopo più di quarant’anni, io mi sia deciso a portare la mia testimonianza su dei fatti gravi che riguardano i metodi impiegati per combattere il terrorismo, e in particolare l’uso della tortura e delle esecuzioni sommarie.
Pur consapevole che questo racconto potrebbe urtare tanto coloro che sapevano e avrebbero preferito che io tacessi, quanto coloro che non sapevano e avrebbero preferito non sapere mai, io credo sia utile che oggi certe cose siano dette e, poiché io sono, come si vedrà, legato a momenti importanti della guerra d’Algeria, reputo ormai mio dovere raccontarli. Prima di voltar pagina, bisogna che la pagina sia letta, e dunque scritta.
Ho condotto l’azione in Algeria per il mio paese, credendo di fare bene, anche se non m’è piaciuto farlo. Di ciò che abbiamo fatto pensando di compiere il nostro dovere, non dobbiamo pentirci.
Oggi, spesso è sufficiente condannare gli altri per dare a chicchessia prove della propria moralità. Nei ricordi che riferisco, si tratta solo di me. Non cerco di giustificarmi ma semplicemente di spiegare che a partire dal momento in cui una nazione chiede al suo esercito di combattere un nemico che usa il terrore per costringere la popolazione attendista a seguirlo e provocare una repressione che mobiliterà a suo favore l’opinione mondiale, è impossibile che questo esercito non ricorra a mezzi estremi.
Io che non giudico nessuno e soprattutto i miei nemici di un tempo, spesso mi domando cosa succederebbe oggi in una città francese in cui, ogni giorno, attentati ciechi falcidiassero degli innocenti. Non sentiremmo, dopo qualche settimana, le più alte autorità dello Stato pretendere che vi si metta fine con ogni mezzo?
Ricordino, quanti leggeranno quest’opera, che giudicare frettolosamente è più facile che capire, presentare le proprie scuse è più comodo che esporre i fatti.

 · l'autore · 
Paul Aussaresses (Saint-Paul-Cap-de-Joux, Tarn, 1918), generale in congedo dell’esercito francese, fu membro di “France Libre”, l’organizzazione politica della Resistenza francese fondata nel 1940 da Charles de Gaulle. Nel 1942 si arruolò volontario nei Servizi Speciali, per compiere, su mandato dello stesso de Gaulle, operazioni segrete particolarmente delicate. Dopo aver preso parte alla guerra d’Indocina, fu tra i creatori dello SDECE, il braccio operativo di “Service Action”. Nel 1955 fu assegnato alla 41a mezza brigata paracadutisti a Philippeville, in Algeria, in qualità di ufficiale del Servizio informazioni. Proprio nell’Algerese si concentrò la sua attività di informatore – agli ordini del generale Jacques Massu – nella lotta contro l’FLN, con la conduzione in prima persona di brutali azioni di repressione contro gli insorti. Fra i suoi scritti, si segnala Pour la France : Services spéciaux 1942-1954 (2001).

» tutti i titoli della collana LEGuerre 



INFO

per acquistare COME ACQUISTARE
CONTATTI CONTATTI
 

NAVIGAZIONE

 LIBRERIA MODERNA
Alessandro Magno
Asburgica
1^ guerra mondiale
2^ guerra mondiale
Storia militare
Cuba
Dizionari
Ebraica
Fascismo
Islam
Letteratura
Le nuove guerre
Napoleone
Nazismo
Resistenza
Storia
Storia medievale
Svevo-Joyce
Templari
Turismo Friuli VG

:· Libreria ANTIQUARIA
NAVIGAZIONE

NEWSLETTER

Newsletter Libreria Editrice Goriziana
:·ISCRIVITI
:·SUBSCRIBE

 


Copyright © 1999-2006, Libreria Editrice Goriziana, Corso Giuseppe Verdi, 67 — 34170 GORIZIA (ITALY)
Tel: (+39)0481-33776 — Fax: 0481-538370 — E-mail: leg@leg.it
Studio Bibliografico: Corte Sant'Ilario, 14, Gorizia
Tel: (+39)0481-545129 — Fax: 0481-538370 — E-mail: antiqua@leg.it
^ inizio pagina ^     

pagina a cura di Mauro Pascolat
mptopt pagina a cura di Mauro Pascolat